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Cantieri dell’Immaginario, De Amicis replica alle critiche: “Edizione record, solo due sp

LEONARDO DE AMICIS
Non intendo entrare nei meriti politici né alimentare polemiche che non mi appartengono. Ma poiché è stato esplicitamente tirato in ballo il progetto artistico dei Cantieri dell’Immaginario, rispondo con la responsabilità e la trasparenza che questo ruolo richiede.

L’AQUILA – È direttamente Leonardo De Amicis, direttore artistico dei Cantieri dell’Immaginario, a replicare alle accuse di flop dell’edizione 2025, lanciate dal Pd sulla stampa locale. I Dem, in particolare, hanno puntato il dito sullo spostamento di due spettacoli e rinverdito le critiche su altri aspetti della kermesse, dal palco San Bernardino alla scelta degli artisti. De Amicis però è netto: l’edizione è da record, solo due spettacoli sono stati spostati come fisiologico che accada.

“Non intendo entrare nei meriti politici né alimentare polemiche che non mi appartengono” spiega De Amicis.
“Ma poiché è stato esplicitamente tirato in ballo il progetto artistico dei Cantieri dell’Immaginario, rispondo con la responsabilità e la trasparenza che questo ruolo richiede. Rispondo come direttore artistico, a tutela del lavoro, della visione, delle persone e del valore che questo progetto rappresenta per la città”.

Platee vuote e spettatori immaginari? “Magari… fossero immaginari!”

“Li avremmo fatti entrare senza code, li avremmo fatti sedere in prima fila, senza preoccuparci del meteo. E invece no: gli spettatori erano reali, entusiasti, presenti. Alcuni spettacoli sono stati spostati per garantire il miglior ascolto, la giusta intimità, o per ragioni logistiche (in verità, solo due piccoli spettacoli). Parlare di flop davanti al miglior risultato di pubblico di sempre significa scambiare l’opinione per realtà, il livore per lettura critica”.

Sull’identità artistica: “Non faccio cultura da salotto, ma da città“

“Il mio lavoro parte da un’idea molto semplice, ma evidentemente rivoluzionaria: la cultura non è un privilegio, è un diritto. E dev’essere ovunque: tra le pietre, sotto le stelle, sulle scale di una basilica, non solo chiusa nei palchetti dorati. Ho immaginato i Cantieri come un’opera collettiva: accessibile, curata, a tratti popolare ma mai populista. E quando qualcuno dice “non c’è identità”, la vera domanda è: che idea si ha, oggi, di cultura? Forse quella di chi la custodisce come un’eredità nobiliare. Io, al contrario, la spalanco”.

Gli artisti “in tour”? “Per fortuna“

“Ci mancherebbe anche che gli artisti non lavorassero. Ma la questione non è dove sono stati ieri o dove andranno domani. È cosa accade qui, quando si esibiscono all’Aquila. Molti spettacoli sono nati su misura per questa città. Altri sono stati trasformati, adattati, arricchiti per dialogare con il luogo e con il pubblico. La scalinata non è solo una location, è una drammaturgia naturale. E chi ci è salito lo sa bene. Chi non l’ha vista, può sempre venire l’anno prossimo. Biglietti permettendo.”

La scalinata “chiusa”? “No, aperta alla bellezza“

“Organizzare 40 serate, in sicurezza, in un luogo storico, richiede impegno, tempo, rispetto. Parlare di “privatizzazione” è una semplificazione retorica comoda ma insostenibile. Aggiungo: ogni città che si rispetti ha un teatro all’aperto. Roma ha le Terme di Caracalla, Verona l’Arena, Firenze piazza SS. Annunziata. Noi abbiamo la scalinata di San Bernardino. E ce la teniamo stretta. Se l’arte ha bisogno di un palcoscenico, non vedo perché L’Aquila debba fare eccezione, o rimanere nell’ombra per paura di disturbare qualcuno che preferiva le sedie vuote al silenzio pieno di musica”.

Sui fondi: “Meno risorse, più visione“

“C’è sempre chi guarda alla cultura come a una voce di bilancio, una spesa da quantificare piuttosto che un investimento da comprendere. Ma la verità è che oggi si lavora con meno di un terzo dei fondi rispetto a dieci anni fa, eppure con una visione e un impatto che non possono essere ridotti a un confronto numerico. Si può fare molto anche con poco, quando si costruisce per tutti e non solo per pochi. La mia idea di cultura non è un club, né una rendita. Non scelgo gli “amici degli amici”, ma chi ha qualcosa da dire, chi sa parlare a pubblici diversi, chi porta valore, a prescindere dal pensiero, dall’etichetta o dalla fedeltà. La cultura è appannaggio di tutti. E di tutti. A voce alta. Senza permessi. Senza filtri. Senza padroni”.
“Come scriveva Albert Camus – continua De Amicis – ‘senza cultura e la relativa libertà che essa implica, la società, anche se perfetta, non è che una giungla’. Oggi più che mai, la cultura deve essere il contrario dell’esclusione e il cuore del futuro. E forse è proprio questa apertura che disturba: quando la cultura smette di servire pochi, e comincia a servire davvero, c’è sempre qualcuno che si ritrova senza poltrona… e senza lista”.

Gli enti FUS: “Siano loro a testimoniare“

“Credo che oggi più che mai sia importante ascoltare chi conosce da dentro il tessuto culturale della città, e in particolare i direttori artistici degli enti FUS. Non per criticarli, ma per coinvolgerli come testimoni lucidi e autorevoli di ciò che è accaduto in questi dieci anni. Siano loro – e mi auguro lo facciano pubblicamente – a raccontare la trasformazione che i Cantieri dell’Immaginario hanno attraversato, il loro radicamento nella vita culturale aquilana, il valore che oggi restituiscono non solo al pubblico, ma anche alle realtà artistiche professionali della città, comprese le loro stesse istituzioni. Per anni si è parlato di fare sistema. Oggi il sistema esiste: funziona, si consolida, produce. Sarebbe bello che anche chi ne beneficia, con onestà e visione, contribuisse a raccontarlo. In questi anni ho lavorato con determinazione affinché tutte le associazioni culturali dialogassero tra loro, superando frammentazioni e individualismi. Le ho invitate a credere insieme nel progetto dei Cantieri, a mettersi in gioco, anche rischiando una parte dei propri capitali, pur di offrire alla città un festival corale, che, nonostante la drastica riduzione dei fondi pubblici rispetto a dieci anni fa, potesse proporre un livello artistico altissimo. Un festival che, a costi pieni, sarebbe valso – e richiesto – molto, ma molto di più.”

“Da L’Aquila all’Italia, finalmente“

“Grazie ai Cantieri, abbiamo potuto realizzare – con il Teatro Stabile d’Abruzzo – spettacoli come “Otello” di Shakespeare e molte altre prime nazionali, che nascono all’Aquila e partono da qui per circuitare in tutta Italia. Era da anni che questo non accadeva. Oggi accade. Ed è proprio grazie a questi progetti, nati con radici nella città e pensati con orizzonte nazionale, che L’Aquila è tornata a produrre cultura, non solo ad ospitarla”.

“Un consiglio (non richiesto) a chi sta sempre dall’altra parte“

“Comprendo che a qualcuno venga naturale collocarsi sempre dalla parte del giudizio, e mai da quella della costruzione. Capita. Ma questa città ha già pagato abbastanza in termini di dolore, di silenzi e di macerie – reali e simboliche. Strumentalizzare ciò che funziona solo per affermare se stessi, per ambizioni personali o per riflessi di vana gloria, non aiuta nessuno. Non è critica, non è vigilanza: è un’occasione persa. L’Aquila ha bisogno di essere sostenuta, condivisa, raccontata con fierezza. Chi ama davvero questa città, sa distinguere. E sceglie di costruire”.