CULTURA | |

Boston Marriage, il manifesto d’indipendenza di David Mamet vola sul palco del TSA

Boston Marriage
“Boston Marriage”. Una produzione del Centro Teatrale Bresciano e del Teatro Biondo di Palermo. Un testo ante litteram che, nel 1999

L’AQUILA – Il genio della drammaturgia americana, David Mamet, viene portato a L’Aquila dal regista Giorgio Sangati. Il penultimo appuntamento della Stagione Teatrale Aquilana, organizzata dal Teatro Stabile d’Abruzzo, vede in scena un testo famosissimo del regista premio Oscar statunitense: “Boston Marriage”. Una produzione del Centro Teatrale Bresciano e del Teatro Biondo di Palermo.

Un testo ante litteram che, nel 1999 quando debuttò all’American Repertory Theater di Cambridge, seppe divertire e spiazzare il pubblico allo stesso tempo.

Protagoniste del palcoscenico sono Maria Paiato, nei panni della melodrammatica e calcolatrice Anna, e Mariangela Granelli in quelli dell’istintiva e passionale Claire. Ludovica D’Auria, invece, è Catherine, la cameriera bistrattata che colora il quadro dell’opera con i suoi mille nomi e gli antichi detti-mai detti della nonna.

Boston Marriage, che prende il nome dall’espressione “matrimonio bostoniano”, è un manifesto di indipendenza e di libertà femminile. Il termine, infatti, nei decenni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, veniva utilizzato nel New England per descrivere la relazione tra due donne conviventi e non legate ad un uomo dal punto di vista economico. Il che oggi non desterebbe un così grande stupore – anzi! – ma a fine Ottocento non aveva esattamente lo stesso impatto sulla società.

La scelta di ambientare l’opera in un’epoca in cui Ibsen faceva fuggire di casa la sua bambola è già indice del forte messaggio femminista che si nasconde tra le pieghe di dialoghi irriverenti e arguti, nonostante l’atmosfera e le ambientazioni ancora calate nel vecchio secolo. Al centro della commedia vi è, infatti, la parola, detta e non detta, condita da allusioni e volgarità che entrano volutamente in collisione con musiche e scenografie confettate.

Anna e Claire, nel loro salotto, non sono le dame perbene che si penserebbe di primo acchito. Basta dar loro il tempo di avviare la conversazione per rendersi conto di quanto siano “scandalose”. Ma scandalose per chi? Per una società bigotta e benpensante, forse!

Boston Marriage si rivela un intrigante gioco di nascondimenti in cui la forma non corrisponde alla sostanza e la verità può essere detta solo attraverso la finzione. Un paradosso continuo che prende le sembianze di una metafora barocca in cui per arrivare a smascherare le convenzioni dell’amore bisogna estirpare pizzi, merletti, pregiate tazze da tè e pomposi lampadari. Lo spettatore ideale è, quindi, quello che scava, che cerca l’oltre nell’ampollosità della scena e, una volta trovato, si porta a casa dalle poltroncine del Ridotto gli strascichi di un secolo che ancora permea la nostra quotidianità.

Cercare di essere libere e indipendenti è davvero una cosa così rivoluzionaria? Basti pensare a Saffo, ad Artemisia Gentileschi e, in tempi più recenti, a Sibilla Aleramo, e a tutte quelle donne che, sfidando le convenzioni, si sono prese con le unghie il diritto di essere se stesse. Eppure oggi molte faticano ancora ad affermare la propria libertà. Che non sia un matrimonio bostoniano a salvarci? Poi, ovviamente, lo smalto ognuna se lo mette come vuole!

Boston Marriage