Bobby Sands oggi in consiglio, l’allodola della libertà sulla soglia di un mondo palpitante

di Alessio Ludovici | 10 Maggio 2021, @06:05 | POLITICA
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L’AQUILA – Una volta, lo raccontava Bobby Sands nel suo diario, il nonno gli raccontò la storia di un’allodola che era stata privata della sua libertà e costretta a cantare ogni qualvolta l’uomo lo desiderava. Più l’allodola si rifiutava, più l’uomo escogitava mezzi per fargli pressioni, gli tolse dapprima la luce, poi il cibo, l’acqua, le pulizie. Ma l’allodola continuava a rifiutare e infine venne uccisa.

Bobby Sands raccontava questa storia nei e dai blocchi H del campo di concentramento di Long Kesh, dove trascorse gli ultimi 4 anni e mezzo della sua vita, fino al 5 maggio 1981, gli ultimi 66 in sciopero della fame contro le durissime condizioni imposte dal governo britannico ai prigionieri irlandesi: “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima. Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie.”

In consiglio comunale oggi si discute un ordine del giorno del consigliere comunale Luca Rocci, per l’intitolazione di una strada della nostra città al combattente nordirlandese. La vicenda politica irlandese e il conflitto con la Gran Bretagna hanno segnato del resto in Italia sia la destra che la sinistra. Se per gli uni forse è stata la discriminazione contro i cattolici dell’Ulster l’innesco di questa immedesimazione, per gli altri era la lotta per la libertà contro le durissime condizioni imposte dall’impero britannico. Gli irlandesi delle 6 contee dell’Ulster non potevano accedere al lavoro, alla casa, a niente. Margaret Thatcher considerò la morte di 15 detenuti in hunger strike un successo. La storia forse gli ha dato torto grazie all’accordo del Venerdì Santo e ai successi elettorali del Sinn Fein in Irlanda e Irlanda del Nord. L’esempio di quei 15 ragazzi ha cambiato parecchio la storia, ci sono entrati con tutto il peso della loro forza d’animo: “Ho sempre tratto insegnamento da quello che mi disse un uomo saggio, e cioè che tutti, repubblicani o meno, devono fare la loro parte. Nessuna parte è troppo grande o troppo piccola, nessuno è troppo vecchio o troppo giovane per fare qualcosa. C’è così tanto da fare che nessun gruppo piccolo o selezionato può riuscirci.”

Ora non sta a me entrare nel merito, né capire chi ha più diritto di rivendicarsi l’eredità di Bobby Sands. L’ordine del giorno di oggi potrebbe essere un’occasione per superare una volta tanto confini che anziché terreno di incontro e confronto sembrano recinti in cui coltivare facili consensi. La toponomastica di una città però, peraltro quasi tutta maschile, dovrebbe essere considerata un’alta funzione amministrativa e toccata in punta di piedi, senza strumentalizzazioni.

Sarebbe un’offesa innanzitutto alla memoria di Bobby Sands, che era “soltanto un ragazzo della working class”, cresciuto nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Un proletario cattolico, quanto bastava all’epoca per ritrovarsi a 18 anni a scegliere tra l’accettazione del regime di apartheid e l’ingresso nella lotta politica. Ma pur sempre un ragazzo.

“Come l’allodola – scriverà – anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.”

Bobby Sands i suoi compagni, uomini ordinari vissuti in tempi straordinari, hanno rinunciato a tutto per un’ideale, per quello in cui credevano e ritenevano giusto, ed è forse questa l’essenza, dopo 40 anni, della loro vicenda. 


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