Benvenuto Maxxi. E ora tutti esperti di arte contemporanea

di Alessio Ludovici | 27 Maggio 2021 @ 06:00 | CULTURA
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L’AQUILA – Apre il Maxxi in città e per L’Aquila è una buona notizia. La “nuova” polis prende forma. Tavolini dei locali, bici con energia elettrica prodotta vicino a chissà quale favelas, prodotti biologici, cucina giapponese, panini con pesci esotici, campus privati per meritevoli, scuole bilingue, arte contemporanea. Tutto bello, ma per chi sono tutte queste cose? Se lo chiedono in tanti in città, o almeno in centro, anche se è un argomento assolutamente tabù. Non tutti possono rinunciare al discount, o permettersi di rinunciare all’auto, o affittare un garage privato. No, non tutti. Non lo dicono, o te lo dicono solo nelle chiacchierate private. Del resto come si può contestare una piazza libera dalle auto e piena di gente che si diverte fino a notte fondo sotto casa tua, o un bel mercato biologico, o i turisti. Io stesso sono il primo ad affacciarmi alla finestra quando vedo la guida passare sotto casa, per dare un segno che in centro abitano anche le persone, e i turisti sono contenti. Non si può criticare.

E però senza tirare in ballo termini come gentrificazione, che riguardano agglomerati urbani differenti, c’è però da sottolineare come la città sembra riconfigurarsi a misura d’uomo, ma di un uomo ben preciso, appartenente a una certa upper class del nuovo millennio. Ce lo dice il mondo dei consumi. I locali sono sempre più sofisticati, ma per bere un bicchiere di vino a volte si rischia di dover avere una laurea in enologia e l’unica alternativa sembrano essere i cartoni del supermercato dei più giovani. Ce lo dicono anche i segnali politici. C’è un campus privato fatto con alloggi comunali, ben venga, ma con la casa dello studente dell’Adsu che nel frattempo rischia la chiusura. L’edilizia popolare del centro è cancellata o abbandonata a se stessa. Delle scuole pubbliche nemmeno l’ombra. Per chi non fa parte di questa upper class il centro rischia di diventare un non luogo nel migliore dei casi, un posto impossibile dove vivere nel peggiore. 

In Francia li chiamano bourgeois bohemes. C’è anche una irriverente canzone di Renaud, Les Bobos, che in modo fin troppo caricaturale e stereotipato li prende in giro, salvo poi chiedersi se non faccia anche lui parte di loro. Suona più o meno così.

“Vivono nei bei quartieri o nelle banlieue ma dentro un loft, hanno figli ben istruiti che hanno letto il Piccolo Principe a 6 anni, vanno nelle scuole private, private della marmaglia, e vestono da Kenzo”. E può darsi che facciamo tutti un po’ parte di loro. Il rischio di trovarsi ad una bella manifestazione ambientalista, magari dopo aver mangiato un bel panino con la salsa di gambero dell’Indonesia, è alto anche qui ormai.

Ad ogni modo benvenuto Maxxi, il Jazz a confronto sembra già una sagra popolare ma ci abitueremo. Che dio ce la mandi buona, intanto andiamo a darci un’infarinata di arte contemporanea per non fare brutta figura. 


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