Belzebu’

Racconto di Gigi Benedetti

di Redazione | 23 Marzo 2020 @ 08:15 | RACCONTANDO
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Il cielo di agosto, nel primo pomeriggio, si copre improvvisamente di cumuli neri, la bella giornata è forse finita. Sul Gran Sasso si scatena un temporale repentino. Tuoni e fulmini imperversano su tutta la catena. Penso che sia una fortuna trovarmi all’Aquila mentre guardo le cime flagellate dalla pioggia. Su via della Croce Rossa incontro la vecchia Giulietta color marmotta di Ciammettone che, aiutandosi con il clacson, mi fa segno di seguirlo in caserma. Indovino che c’è un soccorso che ci attende. 

Sul piazzale c’è il solito tafferuglio. Ci siamo tutti, i mezzi sono già pronti. Sono state caricate corde, barella Mariner, chiodi per gli ancoraggi, zaino sanitario e sacco salma, oltre alle dotazioni personali. Dall’abbigliamento e dalle condizioni di Emilio capisco che ha dovuto rinunciare a qualcosa: pantaloncini stinti dal sole, canottiera a righe verdi e nere (antico ricordo di quando giocava a rugby),fili di erba secca nei capelli. La sua carnagione, bruciata dal sole e vivida di sudore, ricorda il testa di moro tirato a lucido con la cera. Inquietante.  Da buon allevatore di cavalli stava rimettendo il fieno. Per ora le sue balle possono aspettare. A chi non avesse avuto la fortuna di conoscerlo basti questa semplice descrizione: altezza un metro e ottantacinque, peso centoquindici kg di muscoli, pronuncia poco comprensibile. Non abbiamo tempo per cambiarci, un alpinista è stato colpito da un fulmine sulla Sella di Monte Aquila.

Partiamo a sirene spiegate. A Campo Imperatore la montagna è solitaria e non abbiamo nessuna notizia dal luogo dell’incidente; non c’erano ancora i telefonini e soltanto un alpinista di rientro aveva portato la notizia all’Ostello. Intorno c’è profumo di terra bagnata. L’aria dopo il temporale sembra più pulita anche se nubi poco confortanti persistono sulla zona e un timido sole lotta per far capolino. Adriano decide, per comprendere meglio la situazione, di sfruttare la mia velocità mandandomi avanti con  solamente con una ricetrasmittente. Il roccioso sentiero estivo, dopo essere stato lavato dalla pioggia risplende con bagliori oro e argento. Corvi neri svolazzano indifferenti. Mentre corro a perdifiato mi chiedo cosa mi starà mai aspettando sulla sella di Monte Aquila. In tanti anni di soccorsi è la prima volta che ci imbattiamo in un uomo colpito da una saetta e la curiosità è tanta, anche se non prevedo un lieto fine. Con un quarto d’ora raggiungo il luogo dell’incidente e stento a credere ai miei occhi: c’è un uomo steso a terra, avvolto dal fumo degli indumenti inceneriti. Sul terreno, come colpito da un gigantesco gatto a nove code, l’erba è bruciata e manda in aria volute grigie. L’alpinista non è solo, una giovane ragazza è inginocchiata al suo fianco e gli tiene teneramente la mano. Mi inginocchio accanto a lei. Leggo nel suo volto la preoccupazione, dai suoi occhi scorrono grosse lacrime che mi fanno temere il peggio. Prendo il polso del malcapitato tra pollice e l’indice. La sua temperatura è alta per un presunto morto e subito mi sorprende un debole battito cardiaco. Guardo la cassa toracica che sale e scende ritmicamente. Pare che le funzioni vitali siano intatte e sia solo in stato di incoscienza. Tento di svegliarlo inutilmente. Credo di trovarmi su un luogo dove è appena avvenuto una sorta di miracolo considerando temperature e energia scatenata dalle folgori. “Presto ragazzi che è vivo” gracchio alla radio. Continuo a guardare questa scena surreale mentre aspetto gli altri, che arrivano dopo qualche minuto trafelati dal dislivello e dagli zaini pesanti. C’è da montare la barella mariner. Emilio avendola portata sulle sue spalle non partecipa all’operazione e, curioso come sempre, si avvicina all’infortunato. I capelli zuppi di sudore e contornati da steli di fieno, le piccole foglie di erba sul viso, gli occhi iniettati di sangue e le narici dilatate a causa dello sforzo ne fanno una maschera inumana mentre gli irsuti peli del petto villoso sgusciano dalla sua canotta. Preoccupato dalle condizioni dell’alpinista che è ancora senza conoscenza ha lo sguardo torvo. S’inginocchia a fianco della giovane donna che lo osserva speranzosa. Ispeziona il corpo disteso a terra come se fosse la reliquia di un prodigio avvenuto. Parte dai piedi, osservando la suola delle scarpe incenerita dal calore, i pantaloni laceri e quasi inceneriti, la camicia sfibrata dalle fiamme finché la sua faccia non arriva a pochi centimetri da quella del ragazzo; il fumo compresso dalla sua presenza si addensa sui tre e così  anche lo sgradevole odore di peli bruciati. Intanto uno stormo di corvi gracchianti vola su di noi con un lugubre canto. Il controllo del curioso finanziere è ancora in atto quando il sudore della fronte comincia a gocciolare sul volto e sulle labbra dell’uomo incosciente. E forse proprio per questo l’uomo viene restituito al mondo della percezione. I suoi occhi si spalancano inconsapevoli del pericolo scampato e del suo stato vitale e la prima immagine che catturano è quella tetra del suo soccorritore. Il fumo, i corvi e quell’assenza di suoni umani fanno il resto.

Le sue mani, mentre il corpo in un sussulto s’irrigidisce, corrono a coprirsi gli occhi e un grido angoscioso esce dalle labbra tremanti: “Belzebù”. Ed Emilio, poco avvezzo ai racconti biblici e spaventato dalla reazione inaspettata: “Compa’ che sci ittu ? ” (compare cosa hai detto?). Anche noi non abbiamo capito la drammatica reazione, ma nel clima da girone infernale, la prontezza della ragazza toglie tutti dall’imbarazzo. Comprendendo l’equivoco, afferra le mani del fidanzato e con voce dolce dice: “Non è il diavolo, non sei morto, lui è venuto per salvarti”. Solo ora Emilio capisce  il senso dell’esclamazione dell’uomo e con un tono offeso risponde: “Sci begliu tu” (sei bello tu). Le risate generali sciolgono la tensione. Arriva anche il dottore, un controllo e l’alpinista viene messo sulla barella. Sul sentiero “estivo” una rapida processione di soccorritori si allunga e non manca nemmeno un surrogato di incenso, emesso dal corpo ancora fumante dello sfortunato. Rapidi attrezziamo un ancoraggio per far scendere la barella in sicurezza sugli infidi e stretti tornanti. Intanto il sole ha definitivamente vinto la sua lotta contro la scura nuvolaglia. Il ragazzo sbiascica qualche parola senza senso con la sua compagna. Intontito ma vivo.

Sul piazzale di Campo Imperatore c’è qualche curioso, la notizia del “fulminato” si è sparsa e tutti vogliono vedere l’incenerito. Delusione. Dopo averlo caricato sull’ambulanza ci accorgiamo che è ora di pranzo, un piatto fumante ci sta aspettando dentro il rifugio. Entriamo nella toilette per toglierci dalle mani l’odore di bruciato. Davanti al lavabo l’immancabile specchio; si sente un grido al quale seguono puntuali tre bestemmie. Emilio, rimirando la sua persona, esclama ridendo “Tenea raggio’ issu, mo pure ji me so mpaurito” (aveva ragione lui, mi sono impaurito anche io).


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