Avvento in Abruzzo, un tempo sospeso di feste e riti

di Fausto D'Addario | 03 Dicembre 2023 @ 05:13 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Avvento feste e riti in Abruzzo
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Avvento, il cui nome deriva dal latino adventus e signfica “arrivo”, è il tempo liturgico di quattro settimane che precede il Natale, un tempo sospeso di feste e riti. In Abruzzo, dopo i riti di Capetiempe e l’esuberanza per San Martino, il calendario prosegue con uno deimomenti più speciali ed emozionati dell’anno, tra montagne innevate, mercatini, bevande calde e dolci tipici, condivisi con la famiglia e gli amici. Il mese di dicembre presenta un corteo di feste e riti, cristiani e precristiani, arcaici e moderni, che nella loro sequenza possono essere considerati un’ininterrotta celebrazione che coinvolge il corpo e l’anima. È la festa del solstizio d’inverno, poi diventata la festa cristiana della Natività, che ci rimanda all’alba dei tempi e all’inizio della nostra era, che evoca riti lontani e mitologie arcaiche. Se nella penisola italica la Libertas decembris, cantata da Orazio, segnava i licenziosi Saturnali dal 17 al 24 dicembre, nell’Europa del nord San Patrizio e i suoi monaci dovevano confrontarsi con la festa di Yule, mentre in Oriente i vescovi dovevano sfidare i culti mitraici, zoroastrici e isiaci, questi ultimi incentrati sulla nascita di un Bambino divino. I cristiani aspettano la nascita di Gesù, che in ultima analisi simboleggia anche la rinascita della luce, celebrata nello stesso periodo nell’era precristiana.

Avvento in Abruzzo – Notti di fuoco

Oggi ci ritroviamo in case ben riscaldate e illuminate, ma il freddo gelido e la neve, il ruggire delle tempeste e del vento, le poche ore di luce e il buio profondo, rendevano tutto più inospitale e cupo. Il cristianesimo non ha mai respinto il naturalismo pagano e lo si vede bene nelle tradizioni abruzzesi che, seppur a fatica, sono arrivate in qualche modo ai nostri giorni: Gesù è il nuovo sole spirituale, che non nega il dato cosmico, ma lo assume in un significato più alto. Con la sua nascita, dissipa le tenebre del peccato e dell’ignoranza, ma anche le antiche paure delle lunghe notti, in attesa del solstizio d’inverno e del movimento ascendente del sole. I piani cosmico e spirituale tra la figura del Sole nascente e quella del Salvatore del mondo appaiono inestricabilmente intrecciati, mentre la natura si ritrova avvolta in un’atmosfera di sacro e gravido silenzio.

Si cominciarono perciò a sviluppare una serie di usanze per uscire indenni da questo periodo duro: in mancanza del sole, bisognava procurarsi da sé luce e calore. Con la nostra tecnologia e civiltà decoriamo e illuminiamo case, strade e giardini, rischiarando e riscaldandole notti di un’atmosfera allegra e fiabesca. In passato i contadini, presi dalla paura dell’estinzione della luce e del calore – i princìpi stessi della vita – dovevano scongiurare la morte del sole: allora si accendevano fuochi, come le glorie di Scanno e le ‘ndorce di Atessa per San Martino l’11 novembre, i faugni ad Atri alla vigilia della notte dell’Immacolata, tra il 7 e l’8 dicembre, i fuochi rionali a Pratola Peligna il 13 dicembre per Santa Lucia, la processione delle ‘ntosse a Santo Stefano di Sante Marie la notte di Natale, i falò di Sant’Antonio un po’ ovunque in Abruzzo tra il 16 e il 17 gennaio, le fanoglie di San Domenico a Villalago il 21 gennaio, fino ai falò di San Giuseppe del 19 marzo a Roccapia e alle Marane di Sulmona. Veri e propri riti di esorcismo del buio e della morte, con cui i nostri contadini costruivano sacralmente la prosecuzione della vita. La cristianizzazione delle feste solari non ha mai eliminato, per fortuna, il sostrato dei vecchi riti naturalistici.

I santi del corteo natalizio

Il De Nino, nei Proverbi abruzzesi, raccolse questa vecchia filastrocca sull’attesa del Natale:

Santa Caterina, Natale trenta die;

Sant’Andrea, Natale ventisei;

San Nicola, Natale diciannove;

Santa Concetta, Natale diciassette;

Santa Lucia, Natale per la via;

e chi bene sa contare,

dodici giorni abbiamo da fare.

San Tumasse, Natale quattre.


È nota anche un’altra versione, con l’attesa del Natale non da Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre), ma da Sant’Andrea Apostolo (30 novembre):  Sant’Andrea porta la nuova, due Bibiana, quattro Barbara, sei Nicola,  otto Maria,  tredici Lucia, il venticinque è il Messia.

L’Avvento e il solstizio invernale avevano una forte valenza agraria nel mondo contadino e, in mancanza di calendari, lunari e almanacchi, si faceva il conto dei Santi. L’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo furono proprio i santi del corteo natalizio: a Sant’Andrea per il 30 novembre terminavano le ultime semine; Santa Bibiana il 2 dicembre, con i suoi quaranta giorni e una settimana, prevedeva le condizioni meteo fino a metà gennaio. Il 4 Dicembre è il giorno di Santa Barbara, ricordata con diverse cerimonie specialmente dal Corpo dei Vigili del Fuoco, di cui è protettrice.

San Nicola, vescovo di Myra, festeggiatoil 6 dicembre, incarna forse più di tutti lo spirito natalizio: l’aspetto barbuto, i doni dispensati, la protezione dei bambini e il bastone pastorale, ne fanno il sostituto cristiano di Saturno, il dio delle messi (satum in latino) e dell’abbondanza della mitica Età dell’Oro (ben raffigurato nell’affresco della Casa dei Dioscuri a Pompei). Oggi, dismessi mitria, pastorale e cappa, assume l’aspetto di Babbo Natale, re dei regali e promoter della Coca Cola.

L’8 dicembre cade la solennità dell’Immacolata Concezione, la più importante dell’Avvento: festa piuttosto recente, se pensiamo che il dogma dell’Immacolata fu proclamato da Papa Pio IX l’8 dicembre del 1854. La ricorrenza dà il tradizionale via alla preparazione dell’albero e del presepe: un modo coinvolgente di avvicinarsi al Natale e crearne il clima, una sorta di partecipazione dall’interno, familiare e di quartiere, siano presepi scarni ed essenziali oppure opere raffinate e ricche di rappresentazioni dei mestieri tipici, come quelli abruzzesi.

A metà tra il generoso Knecht Ruprecht dei paesi germanici e la dea del sole della saga nordica, Lucia, la santa siracusana del 13 dicembre, anche lei distribuisce i doni ai più piccoli. Il suo nome è connesso alla luce e al giorno più corto che ci sia. I comuni in provincia dell’Aquila di Rocca di Cambio, Magliano de’ Marsi e Villa Santa Lucia la festeggiano come loro patrona;è particolarmente venerata anche a Prezza perché, il mulo che portava la statua della santa, da destinare a Venezia, non voleva saperne di lasciare il paese. A Torre de’ Passeri (Pe) e a Francavilla al Mare (Ch) si ripete ogni 13 dicembre il ballo della Pupa: un fantoccio di cartapesta dalle sembianze esageratamente femminili, che viene fatta danzare da un uomo nascosto nell’interno cavo, mentre vengono accesi i petardi e i fuochi d’artificio di cui è ricoperta.

Non possiamo tralasciare il 21 dicembre, che per molto tempo fu il giorno della festa di San Tommaso adOrtona, dove la venerazione dell’apostolo è particolarmente sentita e la città si gloria ancora oggi di custodirne le reliquie. È anche il giorno del tanto atteso solstizio invernale, un tempo di inizio: il sole raggiunge il punto più basso della parabola e la chiesa, invocando i suoi santi (Santa Lucia prima della riforma del calendario gregoriano nel 1582, poi San Tommaso), pone il sigillo di Cristo al sole che rinasce.

Quell’ammirabile scambio di doni

I mesi del freddo sono anche quelli che conoscono un maggiore ricorso alla pratica dello scambiarsi doni e alla sottolineatura dei legami comunitari e familiari. Le tradizioni di San Nicola e Santa Lucia lo testimoniano. A Pollutri il 6 dicembre si preparano le fave di San Nicola nelle cotture, come racconta il De Nino: “Il campanone della chiesa dà alcuni tocchi, e subito si accende il fuoco. Al secondo segno della campana si mette il sale nelle caldaie. Al terzo, comincia il parapiglia della distribuzione ai poveri“. In provincia dell’Aquila, a Cansano, San Nicola si festeggiava distribuendo delle pagnottelle speziate e benedette; offerta che coinvolgeva anche gli abitanti di Campo di Giove, che scendevano per l’occasione alla Pujetta, il poggetto su cui sorge Cansano. A Capitignano i bambini andavano in giro per le case in una questua rituale, chiedendo il pane di San Nicola, le cacchiette, nel dialetto locale.

A Lanciano il 23 dicembre è già Natale con la tradizione della Squilla. Alle 18.00 la campana della torre civica – detta la Squilla – dà i primi rintocchi, seguita poi dalle campane delle altre chiese cittadine. Quindi le persone si scambiano gli auguri di Natale e, dopo processione e messa, al rientro nelle proprie case ci si scambiano i regali, in un’atmosfera unica di pace, di amore e di perdono.

La straordinaria continuità delle tradizioni dell’Avvento e del Natale in Abruzzo rimanda al suo senso originario: è stato Dio stesso a perpetuare la consuetudine dello scambio dei doni. Proprio in questo ammirabile scambio è il senso del mistero del Natale, inteso come scambio supremo di Dio che, incarnandosi si fa uomo, per renderci partecipi della sua divinità.


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