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Astrologi e oroscopi per la Rifondazione: Il cielo sopra L’Aquila nel 1266

La rinascita di una città sconfitta

Astrologi e oroscopi per la Rifondazione: Il cielo sopra L’Aquila nel 1266
Nel 1266 astrologi scelsero il momento per rifondare L’Aquila. Tra Ariete e destino, nasce una città segnata.

Correva il 1259 quando Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia, diede ordine di radere al suolo L’Aquila. Ciò che rimase fu, nei termini del cronista coevo, una “morta terra”: un cumulo di macerie al centro dell’Appennino abruzzese, privata di abitanti e di futuro. Sette anni dopo, la vittoria di Carlo I d’Angiò sui discendenti svevi aprì la strada a qualcosa di più di una semplice ricostruzione. La rifondazione angioina del 1266 fu concepita come un atto insieme politico, urbanistico e cosmico, e il cielo fu chiamato a farvi da testimone.

Buccio di Ranallo e la voce medievale dell’Aquila

La fonte principale è la Cronaca aquilana rimata di Buccio di Ranallo, poeta e cronista vissuto tra il XIII e il XIV secolo, considerato la voce medievale per eccellenza dell’identità aquilana. Nella sua opera in versi, Buccio riferisce che per stabilire il giorno esatto della rifondazione furono convocati dei “savij” — termine che nelle varianti del testo compare anche come “strolachi” — ovvero astrologi chiamati a scrutare il cielo e a individuare l’istante perfetto per porre le nuove fondamenta.

L’episodio è oggi letto dagli studiosi come un raro ma documentato esempio di “oroscopo di fondazione” cittadina nel Medioevo: una pratica che univa il calcolo astronomico alla decisione politica, attribuendo alla scelta del momento astrale un valore vincolante per le sorti dell’insediamento.

L’Astrologia Elettiva: una tecnologia del potere medievale

Quella dei “savij” aquilani non era un’eccentricità locale. Nel Medioevo esisteva una branca codificata del sapere astrologico nota come Astrologia Elettiva (Electiones), che si occupava precisamente di questo: calcolare il momento astrale più favorevole per iniziare qualsiasi impresa rilevante, dalla battaglia alla costruzione di un edificio, fino alla fondazione di una città.

Gli astrologi di corte e di comune venivano consultati con regolarità per questo tipo di decisioni. Il caso aquilano ricalcava, in particolare, un precedente illustre: lo stesso Federico II di Svevia — lo stupor mundi — si era rivolto ai propri esperti di astri per stabilire il momento propizio alla fondazione della città di Vittoria. L’inquadramento dei “savij” dell’Aquila dentro questa tradizione non è dunque una forzatura storiografica, ma la collocazione di un episodio locale dentro una prassi consolidata.

L’11 aprile 1266: la data, la profezia, il destino

Dopo accurati calcoli, gli astrologi convocati a L’Aquila fissarono il “primo fonnamento” a domenica 11 aprile 1266. La scelta della data non fu il solo contributo dei savij: nell’osservare le congiunzioni astrali, pronunciarono anche una predizione che Buccio di Ranallo trascrive con una precisione che colpisce ancora oggi per la sua ambivalenza.

La città sarebbe durata nel tempo — «’sta terra che prendemo, credo che durarao» — ma la sua stabilità sarebbe stata inseparabile dalle sventure: «Ma multe tribulazioni credo che averao»; «la terra sarrà stabile, con multi guaj aiunto». Una profezia, quella della resistenza accompagnata dal dolore, che la storia aquilana avrebbe confermato con puntualità impressionante nei secoli successivi.

Nei versi della Cronaca compare un dettaglio curioso. Buccio afferma che la fondazione avvenne «nel singio di Capocorno» — ovvero nel segno del Capricorno. In realtà, come rileva la critica moderna, il segno zodiacale corrispondente al mese di aprile è l’Ariete, non il Capricorno. Questo abbaglio del cronista, lungi dall’essere una svista irrilevante, occulta secondo gli studiosi una scelta astrologica deliberata e densa di significati.

L’Ariete, Marte e la primavera della civitas

Perché l’Ariete? Il segno era considerato il più adatto a incanalare forze vitali e protettive attorno alla neonata civitas, e la sua scelta racchiudeva una stratificazione simbolica che intrecciava paganesimo, politica e liturgia cristiana.

Sul piano marziale e agricolo: l’Ariete è astrologicamente legato a Marte, divinità non solo della guerra ma anche protettore dei raccolti. Rifondare la città sotto questa influenza significava infonderle una forza duplice: coraggio in tempo di guerra, abbondanza in tempo di pace.

Sul piano stagionale: l’Ariete segna l’inizio della primavera, momento di rinascita della natura dopo la sterilità invernale. La scelta sovrapponeva simbolicamente il ritorno alla vita della città — annientata e resa “morta terra” dalle truppe di Manfredi — alla rigenerazione del ciclo naturale.

Sul piano liturgico: l’11 aprile 1266 cadeva di domenica, ed era il giorno della Santa Pasqua. Nel calendario medievale cristiano, il segno dell’Ariete coincideva con i giorni della Creazione, dell’Incarnazione e della Passione, ed era considerato prefigurazione di Cristo stesso. La rifondazione di una città nel giorno di Resurrezione, sotto il segno che la tradizione associava ai primordi del mondo, non era un caso: era un progetto teologico-politico.

Legando insieme il computo dei cieli, il mito antico e il calendario liturgico, gli astrologi dell’Aquila non si limitarono a scegliere un giorno. Consegnarono alla nuova città un’identità cosmica, un racconto delle origini in cui la storia umana e i moti celesti si intrecciavano in modo indissolubile.

La rifondazione angioina del 1266 si configura così come un atto di legittimazione simbolica oltre che politica: una città nata — o rinata — non per caso, ma perché il cielo lo aveva prescritto. La profezia dei savij, nelle sue due facce di durata e travaglio, avrebbe accompagnato L’Aquila per i secoli a venire, fino alle macerie di un altro aprile, quello del 2009.