“L’Aquila bella mai non pò perire”. Quando la fierezza degli aquilani respinse l’assedio di Braccio da Montone

di Fausto D'Addario | 12 Maggio 2024 @ 05:30 | RACCONTANDO
assedio di Braccio da Montone
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Il 12 maggio 1423 L’Aquila si trovò ad affrontare da sola l’assedio di Braccio da Montone. La guerra durò fino al 2 giugno dell’anno successivo, quando uomini e donne respinsero le truppe nemiche. Da qui la frase “L’Aquila bella mai non pò perire” dell’anonimo autore del Cantare sulla guerra.

L’Aquila – “L’Aquila bella mai non pò perire“, scriveva l’Anonimo autore del Cantare sulla guerra che L’Aquila si trovò ad affrontare contro Braccio da Montone. Il 12 maggio 1423 le sue truppe posero l’assedio alla città e solo dopo tredici mesi gli aquilani – donne comprese! – nella cruenta battaglia combattuta il 2 giugno 1424 nella piana di Bazzano sbaragliarono la compagnia di Braccio che, ferito a morte, morì tre giorni dopo, ponendo fine a uno dei periodi più turbolenti del Quattrocento italiano. La ricca Aquila, città di frontiera ma allo stesso tempo di cerniera, divenne così di interesse nazionale quando il Papato, il Ducato di Milano, la Repubblica di Firenze e il Regno di Napoli furono coinvolti in questa guerra.

Tra ammiratori e detrattori della sua figura, quella di Braccio fu una vita vissuta come un’avventura, una sorta di romanzo cavalleresco nella complicata situazione politico-istituzionale del Quattrocento italiano, dove varie realtà locali, comunali e signorili, tentavano di approfittare della debolezza del potere papale per governarsi autonomamente. E Braccio Fortebracci da Montone dall’Umbria papale emerse proprio in quei tempi, in cui comandava chi era più forte e poteva affermare il proprio diritto con le armi.

Una vita piena di avventure

La vicenda di Braccio inizia nel 1393, quando viene esiliato da Perugia, insieme ad altri nobili: da allora coverà sempre il desiderio di rientrare in patria da vincitore. Allora gli mancavano i mezzi, non il valore. Infatti passò anni a costruire la sua fama di condottiero energico ed astuto, spesso esposto ai rovesci della sorte, ma pronto sempre a rimediarvi con intelligenza e forza d’animo. La fama di Braccio ebbe un primo concreto riconoscimento nel 1407, quando il paese di Roccacontrada nelle Marche gli si consegna in signoria in cambio di protezione. Poi si mette al servizio dell’antipapa Giovanni XXIII e, in suo nome, governa prima Roma e poi viene mandato a Bologna, città da sempre indocile al controllo papale.

Braccio però teneva sempre d’occhio la situazione di Perugia, pronto a sfruttare la prima occasione per assalirla e quando la città umbra si trovò oppressa dai debiti e incapace di difendersi, ne approfittò senza indugio. Agli esuli che erano con lui e ai soldati rivolse un discorso dai toni epici: per ventitré anni lui e i suoi uomini vagavano in esilio di terra in terra straniere, con i morti che giacevano invendicati e i vivi che dovevano guardarsi non solo dalle armi, ma anche dal cibo e dalle bevande per i tentativi di avvelenamento. Era questione di vita o di morte. Il 18 luglio del 1416 finalmente Braccio realizzò il suo antico sogno di esule: rientrare nella cara vecchia Perugia, rivedere quelle case, quelle colline, quei volti dai quali era stato allontanato in gioventù. La folla osannante lo acclamò signore e in poco tempo fece di Perugia il centro di una più vasta signoria con la rapida annessione di Todi, Rieti, Narni e Spoleto. Braccio conservava nelle città le magistrature e gli statuti esistenti, ma si riservava il pieno diritto di intervenire, qualora fosse necessario. In pratica ogni potere era nelle sue mani.

La longa manus di Braccio sull’Abruzzo

Nel novembre 1417 papa Martino V Colonna venne eletto dal Concilio di Costanza ponendo fine a una grave crisi interna alla Chiesa, che vide ad un certo punto persino tre papi. Il nuovo pontefice fu tutto impegnato a risolvere lo scisma prodottosi con il trasferimento della curia papale da Avignone a Roma e, al contempo, dovette restaurare il controllo pontificio sui territori riibelli dello Stato della Chiesa. In questa situazione Braccio da Montone costituiva il pericolo numero uno. Il pontefice cercava alleznze e spine la regina Giovanna II di Napoli ad inviare Muzio Attendolo Sforza, il più famoso capitano di ventura dell’epoca oltre a Braccio, a marciare contro la città di Perugia. Inizia così un una guerra che si concluderà solo nel 1420. Erano tempi, quelli, in cui il gioco delle alleanze poteva cambiare rapidamente. E così dopo non molto Braccio si ritrovò a capeggiare le truppe della regina di Napoli e al contempo investito delle signorie di Capua, Aquila, Teramo e nominato governatore dell’Abruzzo. Il capitano raggiunse così il punto più alto della sua potenza, mentre accarezzava l’idea di creare una signoria sovraregionale.

“Vedi se Braccio avea la mente cruda!”. 12 maggio 1423, inizia l’assedio dell’Aquila

Il 1423 rappresentò al contempo anche l’inizio della sua parabola discendente. Papa Martino V aveva sobillato gli aquilani che si erano ribellati al nuovo signore perugino e Braccio si decise a marciare conto la città per rimettere le cose a posto. Il 12 maggio del 1423 diede inizio alle operazioni di assedio. Ora, trovarsi prigionieri in un assedio significava vivere nel costante timore che la conquista avrebbe portato saccheggi, stupri e morte o persino la distruzione dell’intera città. Gli aquilani dovevano difendersi a tutti i costi. Durante i primi mesi dell’assedio racconta Niccolò da Borbona: “fo tolta la ricolta de tutti frutti, ardere de case de contadi e basche, e di prede de bestiame, e di femine più volte, e retenutene alchune, e altre riscatate a denari per fino a ducati sette alcuna“. Le truppe braccesche volevano fare terra bruciata del contado e rapivano le donne chiedendo lauti riscatti perché tornassero alle famiglie. In questo modo sperava di fiaccare a poco a poco la fierezza della resistenza aquilana. L’11 giugno del 1423 Braccio piazzò a Collemaggio le sue bombarde, pensando di spaventare gli aquilani: invece fu suonata a martello la campana grande del Comune – la torre del palazzo era più alta di come la vediamo oggi – e tutti gli abitanti corsero a dare battaglia: “Iuveni armati, paria un paradisu, esciano fore, non aveano paura, contra el nimici mustranno lu visu; e llì fo fatta una vattallia dura“. Sulle mura nei pressi di Porta Bazzano anche le donne ebbero un ruolo chiave nella battaglia.

Le andavano per le lunghe e bisognava agire ancora. Il 27 febbraio dell’anno successivo, il 1424, Braccio approfittò delle tenebre e di una nebbia molto fitta per sferrare un attacco un attacco nei pressi di Sant’Agnese: gli aquilani, però, lo respinsero con vigore. Intanto i due borghi di San Pio e Tussio si erano ribellati al condottiero; quando il 14 marzo San Pio fu ripreso, Braccio e le sue truppe si abbandonarono alla devastazione, ma le donne subirono un’onta ancor più grande, come racconto l’autore anonimo del Cantare: “Màndole allo molin di Collemagio, Et in quel piano un fuoco fece fare: Che tutte quante le fece spogliare, Per più detratio, e maggiore dammaggio Fecero nel fuoco i panni gettare, Per l’Aquila mandolle ognuna nuda, Vedi se Braccio avea la mente cruda!“. Dopo San Pio, Braccio tenta di riconquistare Tussio, ma senza successo, perché intanto Barisciano si era ribellata. La repressione fu più lunga e solo il 23 aprile Braccio ebbe ragione degli assediati. Come San Pio, Barisciano fu devastata, gli uomini del paese fatti prigionieri e spediti a Teramo, mentre le donne vennero prima consegnate ai soldati, quindi inviate nude all’Aquila insieme ai loro bambini.

La resa dei conti finale. Braccio ferito a morte da quella “stirpe di beccai

Una stirpe di beccai“, così Braccio chiamava con spregio gli aquilani. Era la prima volta, però, che il capitano di ventura umbro si macchiava di queste infamie. E gli furono infatti fatali. Il duca di Milano Filippo Maria Visconti pensò bene di finanziare Giovanna II a corto di denaro e così la regina poté pagare Giacomo Caldora, Muzio Attendolo Sforza e il figlio Francesco per liberare la città dall’assedio. Il Muzio era morto nell’attraversamento del fiume Aterno, portato via dalla corrente e appesantito dall’armatura. Nel giorno fatidico del 2 giugno 1424, dopo tredici lunghi mesi di resistenza, fame e paura, quando la città era allo stremo, ci fu la resa dei conti finale. La battaglia campale nella piana di Bazzano era ormai al culmine, quando le truppe aquilane guidate da Antonuccio Camponeschi attaccarono di sorpresa le retrovie dell’esercito di Braccio il quale, preso alla sprovvista, dovette indietreggiare e fu ferito a morte. Dopo la sconfitta, Braccio da Montone si chiuse in un mutismo impenetrabile, rifiutando cure, cibo e acqua, spirando nella notte del 5 giugno all’età di 56 anni. Martino V, che lo aveva scomunicato per due volte, ordinò di seppellirlo in terra sconsacrata.

Le fonti dell’epoca riportano ancora una volta il ruolo energico delle donne: agli aquilani in armi che stavano caricando l’esercito di Braccio, si aggiunse l’audacia di più di mille donne che provocarono grande timore ai nemici, armate com’erano di aste e di asce. Inoltre furono loro, ricevuta la notizia della vittoria, a correre e ad annunziare le “bone novelle” a chi era rimasto dentro. Attualmente, nei pressi di Porta Roiana c’è ancora la chiesa dedicata a Santa Maria delle Bone Novelle o Sant’Apollonia, la santa cui le donne avrebbero fatto un voto prima di scendere in battaglia. Anche una strada, che da Porta Roiana sale fin quasi a Piazza Duomo porta da allora il nome di Via delle Bone Novelle.

Il 27 aprile del 1432 i resti mortali di Braccio furono portati a Perugia, con il consenso di papa Eugenio IV, nella chiesa di San Francesco al Prato. Per essa il condottiero aveva una particolare predilezione, spiegabile con la sua profonda ammirazione per San Francesco e il suo ordine. Con la morte di Braccio da Montone anche l’organizzazione da lui creata rovinò improvvisamente, visto che si reggeva solo nella sua persona e nella sua forza. Gli sopravviveranno le opere realizzate a Perugia, le innovazioni militari con la scuola detta braccesca e infine e l’aver personificato un modello ideale di condottiero e di politico del Rinascimento.


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