SULMONA – Con l‘ultima giornata dedicata alla proiezione dei cortometraggi in concorso durante il Sulmona International Film Festival la sala del Cinema Pacifico si è trasformato in un grande salotto per gli ospiti, dove la condivisione e l’empatia visiva hanno reso gli spazi ancora più intimi. Le immagini, le fotografie, le geografie, i personaggi, le storie…tutti diversi, ma tutti fiumi sfocianti nello stesso mare…”Enfin le cinema!”.
Abbiamo conosciuto “Roy”, uomo che, nel tentativo di riempire il silenzio della propria casa e della propria vita, si imbatte maldestramente in una “voce” a cui attribuirà la sua nuova quotidianità, alzando sempre più intorno a sé il muro di un mondo che non c’è. Ma quella stessa voce ne scoverà la crepa, e lo traghetterà, anche contro le sue inconsce resistenze, verso nuove pagine da scrivere, dove non è ancora il tempo della parola “fine”.
Siamo diventati allievi di “Lalito 10”, giovane maestro del Guatemala, eroe inconsapevole dei nostri tempi, la cui tenacia ci ha “insegnato” come, anche di fronte le più grandi crisi, ognuno di noi può fare la differenza, riavvicinandoci a quel principio di atavica umanità, dove il prossimo non è altro da noi.
Abbiamo commiserato i protagonisti de i “Camerieri”, ragazzi defraudati dalla crisi economica, che si riscoprono cinicamente vittime sociali, giustificate a riprendersi ciò che gli spetta, trasformandosi in “homini lupus” in una comunità che gli volta le spalle.
Ci siamo trasferiti in Romania, grazie all’esordiente regista abruzzese Matteo De Liberato (nella foto), che ci racconta la storia di Daiana, donna accusata di estremismo politico durante il regime di Ceausescu. Il dramma sociale che si fonde con il personale. Ma quando tutto sembra solo attesa della morte, un’assoluzione giunge a liberarla da una prigionia che è più amara di una cella, ricordandole che profumo hanno “I giorni delle arance”.
E, come se non bastasse, agli ospiti si è aggiunto uno dei protagonisti del cinema dei nostri giorni, il regista e produttore Matteo Rovere (nella foto), fattosi portavoce di quanto il cinema abbia bisogno di tornare alla sua ancestrale funzione, dove la storia nasce e si autoalimenta, nutrendo anche l’anima di chi la guarda.











