Antonello Loreto presenta ‘La libertà macchia il cappotto’

di Michela Santoro | 14 Settembre 2022 @ 07:09 | CULTURA
Antonello Loreto
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L’AQUILA. Era il 1986 e Antonello Loreto sedeva al banco dietro al mio. Primo liceo classico, primo giorno di scuola. Traumatizzati dalle leggende che aleggiavano nei luminosi corridoi del Cotugno, aspettavamo silenziosi l’ingresso del professore di greco al cambio dell’ora, l’indimenticabile Padre Ludovico Aureli, francescano della comunità di San Bernardino. 

Di lui si diceva che fosse molto sensibile alle risatine sotto i baffi degli studenti, oltre al fatto che fosse molto esigente.

Lo era ma, al contempo, era un uomo buono e sapeva perdonare l’incontinenza adolescenziale con quel suo sorriso un po’ sornione e pieno di significato.

Padre Aureli entrò in classe in compagnia della sua inseparabile 24 ore di pelle, dalla quale estrasse il registro e fece l’appello per conoscere il nome dei suoi nuovi alunni.

Terminato l’appello, Antonello Loreto fece involontariamente cadere una penna; una Bic col tappo blu, non la dimenticherò mai.

Mi inchinai per raccoglierla e mi girai per restituirgliela, accennando un sorriso ed abbassando il capo, come fa chi si accinge a ricevere un ‘grazie’.

“Ehi tu!”, intimò Padre Aureli indicando nella mia direzione, dalla cattedra. Io mi girai intorno cercando di capire dagli sguardi attoniti, a chi si riferisse.

“Ce l’ho con te – disse – stai ridendo!”.

Allora mi girai verso Loreto, pensando si riferisse a lui. Ma Antonello, fece di no con la testa e mi indicò. Ripetutamente.

Mi voltai di nuovo verso il professore e cercai di spiegare la dinamica dell’accaduto. Non ci fu verso.

“Come ti chiami?”

“Michela Santoro”.

“Bene, 3. Andiamo avanti”.

La classe stravolta, figuriamoci io. Portai quel 3 fino alla prima interrogazione che andò molto bene, nonostante fossi piuttosto agitata.

“Che dite, glielo leviamo questo 3?” chiese Padre Aureli alla classe. E tutti: “Nooooo”. Finì con una risata di sollievo generale, autorizzata (rideva anche il Prof.) e le gambe molle, le mie.

Rientrai al posto con le energie di un maratoneta al 42esimo chilometro e Loreto alzò il pollice della mano sinistra in segno di vittoria. 

Fu quello il momento che segnò la nostra indissolubile amicizia, quella che va oltre gli anni che passano e che ti catapultano in luoghi e spazi distanti, lontani dai telefoni e dagli incontri quotidiani. 

E che ti riporta al 1986 al primo whatsapp che ti arriva, con la stessa testa e allo stesso banco, come se tutta la vita trascorsa si riavvolgesse alla velocità di una tapparella, con quel sapore bello e fresco che hanno i ricordi del tempo in cui ancora ci si aggrappava ai sogni per costruire il futuro.

In quello spazio tempo che ci ha trovati divisi, Antonello si è trasferito a Roma e, dopo un trascorso nel mondo immobiliare, ha deciso di essere uno scrittore. 

Oggi è al quarto libro pubblicato con un quinto già pronto per l’editing. E, l’altra sera, nel cortile della libreria Polarville, l’ha presentato alla sua città o meglio, al suo liceo! 

‘La libertà macchia il cappotto’, è la storia di due consonanti anarchiche che si innamorano. Non aggiungo altro, il resto lo faccio raccontare ad Antonello, dandogli del ‘Lei’ come si conviene ad un giornalista che, distaccato, intervista il suo interlocutore. 

Anche se poi, nell’introduzione, prevale la vita.


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