Chiodi: L’Aquila è viva, nessuno ci credeva. Bertolaso e Letta decisivi, oggi commissariucoli

di Marco Signori | 06 Aprile 2020, @07:04 | ANNIVERSARIO
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L’AQUILA – “Il primo ricordo di quella notte? La telefonata con Massimo Cialente mentre ero ancora a letto. Sentii anche De Matteis,  con fortissime emozioni mi disse che era tutto finito, e invece L’Aquila non è finita. Tutti pensavano a una situazione irreparabile e invece non lo è stato”.

Per Gianni Chiodi il 6 aprile 2009 rappresentò un battesimo di fuoco ad appena tre mesi dall’insediamento alla presidenza della Regione. La scossa che distrusse il capoluogo dell’Abruzzo e colpì decine di comuni del circondario cambiò i destini di tutti e anche l’agenda politica dovette subire una revisione.

“Io che vedo le differenze tra le città d’Abruzzo e frequento ancora molto L’Aquila per motivi professionali, vedo una città viva e con prospettive”, fa osservare l’ex governatore parlando con L’Aquila Blog, “la crisi ora colpirà nuovamente tutte le città ma per una nuova vicenda, e per le scellerate scelte dello Stato compiute nei decenni passati i nodi verranno al pettine. Però L’Aquila c’è, è viva, dinamica, nei limiti in cui può esserlo oggi una città”.

L’Aquila modello di ricostruzione e di gestione dell’emergenza? Chiodi non ha dubbi e attribuisce molti meriti all’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ma è grazie a Gianni Letta, influente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che si ebbero le risposte che servivano.

“Con i poteri che allora aveva per legge fu possibile dare delle risposte, con la legislazione attuale nessuno potrebbe fare quanto fatto all’epoca”, ammette l’ex presidente, ma “Bertolaso aveva anche un’altra caratteristica, un’autorevolezza tale che quei poteri riusciva a farseli dare”.

“Le 72 ore successive alla scossa le ricordo esattamente – racconta Chiodi – sono scolpite nella mia memoria a lungo termine, arrivai all’Aquila tre quarti d’ora dopo la scossa, portato dai carabinieri di Teramo attraverso le Capannelle con una gincana per evitare i massi caduti. Ricordo all’ex Reiss romoli i primi momenti in cui avevamo costituito il centro di emergenza e dove arrivavano notizie sempre peggiori che nessuno poteva aspettarsi, con scosse in continuazione, il coordinamento tra le istituzioni, le forze dell’ordine, tutti con le linee telefoniche saltate. Poi ricordo quando mi sentii con Berlusconi e quando arrivò Bertolaso”.

Erano “la sua rete di relazioni e la sua credibilità a determinare i poteri che aveva”, insiste Chiodi, ricordando tuttavia che a determinati piani dell’apparato dello Stato, neanche il potente capo della Protezione civile riusciva ad arrivare agevolmente: “La vera carta avuta all’epoca fu Gianni Letta, l’unico in grado di far superare le forti diffidenza del Ministero dell’Economia. Gli unici a riuscire a condizionare Tremonti erano lui e Berlusconi”.

“Uomini che in quel momento avevano una forza politica assoluta”, dice insomma Chiodi, che senza mezzi termini definisce “commissariucoli” quelli di oggi, e i sottosegretari che si sono succeduti “figure di terzo o quarto livello, non hanno la forza politica che all’epoca aveva Letta”.

Unica eccezione, considera l’ex presidente, Giovanni Legnini, da qualche settimana chiamato a guidare la ricostruzione 2016 del Centro Italia come commissario, “persona seria – ammette Chiodi – sulle capacità bisognerà vedere”.

Vice di Bertolaso nella prima fase, poi commissario alla ricostruzione, Chiodi ricorda poi come un “clamoroso errore” quello “dovuto un po’ a Cialente ma in modo particolare a Barca” di togliere il commissariamento “per una logica di normalità per la quale nel 2012 era troppo presto”. Una scelta che, peraltro, secondo Chiodi “ha determinato anche il fatto che lo Stato si sentisse meno coinvolto, mentre con un impegno in prima persona sarebbe potuto sfuggire meno alle sue responsabilità”.

“Tanto”, fa osservare, “che si sono rallentati tutti i processi, come dimostra la ricostruzione pubblica, che dovendo tornare nella burocrazia ordinaria è rimasta sostanzialmente al palo, a differenza della privata che ha beneficiato delle normative del periodo del commissariamento”.

Sotto diverse bandiere politiche e con scontri a tratti feroci, con Cialente resta comunque un solido rapporto umano di reciproco rispetto: “Siamo legati da un’esperienza comune che ha segnato entrambi, quindi crea una sorta di fratellanza – afferma Chiodi – . È chiaro che a un certo punto mi dispiacque la sua scelta di dimettersi da vice commissario, ma fu condizionato dalle esigenze del suo partito, all’epoca all’opposizione del governo nazionale”.

“Lo dico non per una mia intuizione, ma perché me lo ha confidato”, racconta l’ex governatore, “Cialente mi disse che si dimise perché altrimenti il suo partito non poteva criticare, lo invitai a desistere ma capii la sua posizione, il partito lì esisteva più che da noi, l’ex Pci, Pds poi Pd ha una cinghia condizionante più di altri. Se al governo ci fosse stato D’Alema il mio comportamento non sarebbe cambiato, il suo invece, al contrario, sì. Da allora ho giudicato la sua come arrendevolezza, che da un punto di vista della moralità non è il non plus ultra e dopo quel momento diventò molto strumentale”.


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