Anna Rizzo, l’antropologia e lo studio delle comunità nei piccoli paesi

"Ciò che è necessario si realizza" D. Dolci

di Laura Di Stefano | 16 Luglio 2021 @ 06:00 | RACCONTANDO
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L’AQUILA –  Anna Rizzo, archeo – antropologa, documentatrice delle storie dei nostri paesi, una figura necessaria per le nostre comunità, in questa intervista racconta ai lettori di Laquilablog il suo percorso.

  • Cosa ti ha spinto a scegliere l’antropologia? Quale è stata la tua formazione nelle analisi delle comunità?

“Sono sempre stata appassionata di storie e leggende fin da piccola, volevo viaggiare e conoscere nuove culture, questa facoltà mi è sembrata la più adatta. Mi sono formata in un contesto archeologico. Studiavo nella biblioteca nel dipartimento di archeologia a San Giovanni in Monte a Bologna e per caso avevo trovato un bando per una campagna di scavo di Toscana di archeologia medievale. Mi presero e così è cominciato il mio percorso formativo sul campo prevalentemente preistorico.

  • Cosa ti ha attirato prevalentemente dei borghi d’Abruzzo? 

Conosco solo alcuni paesi dell’aquilano, in particolare sono legata professionalmente alla valle del Sagittario e la valle Peligna che da tantissimi anni indago con la missione: “Fluturnum, Archeologia e Antropologia nell’Alta Valle del Sagittario”, realizzata in sinergia con la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo, in collaborazione con l’Università di Bologna – Alma Mater Studiorum, la Soc. Coop. Matrix 96, il Comune di Scanno e il Rotary Club Roma Ovest. Una ricerca iniziata nel 2010 e tutta in corso.

  • Di quali progetti abbiamo ancora bisogno per permettere alle nostre comunità di vivere in maniera attiva ciò che ci circonda?

I paesi dell’entroterra abruzzese sono dei contesti rimasti per lo più sigillati, soprattutto dove è sopravvenuto un declino demografico e le maglie sociali si sono impoverite facendo perdere le tracce di pratiche e di reti economiche. Per riabitare i paesi e per renderli vivibili bisogna garantire servizi ed infrastrutture, ma soprattutto diritti. Legati al lavoro, all’infanzia, alla salute e alle donne. Renderli abili e inclusivi. Purtroppo non esiste una strategia. Stiamo vivendo solo una fase molto confusa, in cui questo argomento è diventato un hype. Dopo migliaia di ore di webinair in pieno lockdown in cui accademici, architetti, innovatori si sono confrontati su questo argomento, non si è arrivati a nulla. Oggi rimane un argomento confuso che si estinguerà nei prossimi mesi, per lasciare spazio alla grande transizione ecologica. Quello dei paesi, è un argomento complesso, che va affrontato con metodo e non all’interno di una tragedia più grande che è quella sanitaria”. 

Foto di Claudio Mammucari


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