di Maria Cattini – Dopo il risultato delle urne in Sardegna, come era accaduto il giorno dopo le elezioni regionali in Abruzzo, dal PD si levano solo canti di giubilo. “Dopo l’Abruzzo, anche in Sardegna il M5S incassa una batosta memorabile”, ha dichiarato ad esempio il renziano Marco Marucci, fiero e felice come neanche il giorno della prima comunione. Mentre l’ottimista Zingaretti annuncia che il voto sardo rappresenta la rinascita del “bipolarismo”, con il M5S evidentemente fuori dai giochi.
Tutti i canali dell’informazione italiana, anche in questa occasione, preferiscono dimenticare che solo un mese fa, per le suppletive alla Camera, il PD aveva ottenuto la maggioranza dei voti strappando il seggio al M5S, tanto che Matteo Renzi parlò di “ottimo risultato”. E nessuno giornale si è sognato di riprendere il 40% ottenuto dal PD, solo 30 giorni fa a Cagliari, per descrivere il misero 13% ottenuto ieri alle urne come: “tracollo del Partito Democratico”, “tonfo”, “flop”, “disastro”. Si sa, le redazioni italiane sono piene di giornalisti che devono molto al PD e certi titoli martellanti, con le annesse analisi catastrofiche, si riservano solo al Movimento 5 Stelle.
Anche una giornalista intelligente come l’ex parlamentare europea del PD, Lilly Gruber, nella puntata di ieri sera di 8 e mezzo, ha centrato la discussione sulla “morte politica” del M5S, senza notare nulla della reale situazione del Partito Democratico.
Dopotutto la strategia politica e comunicativa sulla quale aveva scommesso il Partito Democratico all’indomani delle elezioni politiche di marzo era più che evidente: attaccare costantemente il Movimento 5 Stelle nel tentativo di recuperare i voti fuoriusciti dalla base del PD, convincendo l’elettorato di sinistra che i “grillini” rappresentano il “male assoluto”. Il PD, infatti, ha ritenuto relativamente utile attaccare “la destra” di Salvini poiché non erano gli elettori di destra il loro principale obiettivo. Il vero obiettivo dei democratici renziani era “riprenderci tutto quello che ‘o nostro”, ossia l’elettore che vedeva nel Movimento 5 Stelle un movimento alternativo alla “loro” sinistra. Anche se in altri tempi avrebbero ottenuto lo spazio giornalistico degno dell’arrivo di buone notizie promesse da anni, poco o nessuno spazio è stato invece dedicato nelle rassegne stampa quotidiane alle notizie come quella del tanto atteso taglio ai vitalizi e degli stipendi d’oro; alla contro riforma della Fornero; alla prima votazione alla Camera di leggi di riforma costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari e per l’introduzione del referendum propositivo (neanche la Bonino ha voluto concedere una parola di elogio per un provvedimento simbolo delle battaglie dei Radicali). Gli organi di informazione hanno preferito, come mai prima d’ora nella storia della Repubblica italiana, concentrarsi solo ed esclusivamente su speculazioni finanziarie e sugli argomenti divisivi di questa maggioranza: il TAV; la chiusura dei porti all’emigrazione clandestina e il reddito di cittadinanza, demonizzato in primis dai partiti di “sinistra”, gli stessi che avrebbero dovuto esultare per l’introduzione di un ammortizzatore sociale presente in tutte le social democrazie europee.
Questa strategia, grazie appunto alla complicità di gran parte della stampa (vedi Repubblica, La Stampa, Il Corsera/la7, Il Messaggero ecc) , in parte è andata a buon fine: dopo otto mesi di messaggi martellanti contro qualsiasi cosa abbiano fatto o detto gli esponenti del M5S, i loro elettori sono sicuramente smarriti. La base di sinistra dell’elettorato 5S si è ritrovata sì confusa e delusa ma, analizzando i dati delle ultime elezioni regionali, non è certo tornata a votare il PD o i suoi travestimenti vari in liste civiche. L’effetto maggiore di questa strategia, a guardare bene i dati, è stato infatti quello di far tornare ad aumentare il numero dell’astensionismo. Solo poco più del 53% degli abruzzesi si è recato alle urne contro il 61,5% delle precedenti elezioni regionali. L’astensionismo è aumentato del 9% , sfiorando il 47%. Non solo: il 46% dell’elettorato del M5S, che alle scorse regionali si è fermato al 20%, non è andato a votare. Senza avventurarsi in sperticate analisi politiche alla Huffington Post, è chiaro che, a differenza delle politiche, la metà degli elettori del M5S ha preferito non andare a votare, probabilmente più delusa dalla contestatissima gestione interna della selezione dei candidati locali che dalle politiche del governo nazionale.
Secondo l’analisi dei flussi di voto della SWG, in Abruzzo solo il 21% (del 54% che è andato a votare) degli elettori del M5S delle politiche, alle ultime elezioni alle regionali, ha preferito votare diversamente: il 10% per la Lega e il 9,7% per il PD. Parliamo quindi di una piccolissima parte dell’elettorato grillino che è tornato a votare per il centro sinistra, mentre il voto, calcolato in percentuali, si è radicalizzato sempre di più a destra. Il PD abruzzese, infatti, dal 14,3% delle politiche di marzo 2018 è passato all’11% delle regionali (contro il 25,4% delle precedenti regionali), registrando il nuovo record storico negativo. Il 72% del suo elettorato ha preferito votare un altro partito della coalizione e ben il 25% ha preferito astenersi, malgrado le otto liste che appoggiano il candidato Legnini. Inoltre, elezioni regionali su elezioni regionali, il dato del M5S rimane praticamente stabile, in Abruzzo ha visto aumentare i seggi da 6 a 7, o paradossalmente in forte aumento, come in Sardegna dove 5 anni fa il M5S non era riuscito neanche a formare una lista ed ora entra in Consiglio come terzo partito. 
Davanti a questi dati disastrosi, gli esponenti del PD, come i passeggeri del Titanic prima di inabissarsi, continuano a brindare e festeggiare l’insuccesso del M5S, nella speranza che sia il primo passo di un riavvicinamento del proprio elettorato. Una speranza che, al netto dell’ottimismo della propaganda, rischia però di farli morire disperati.

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