Amore e manipolazione: Il giocattolaio di Chillemi e Tavani al TSA è un focus sulla realtà

di Eleonora Iacobone | 01 Marzo 2024 @ 06:00 | CULTURA
il giocattolaio
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L’AQUILA – Prosegue la stagione teatrale del TSA con uno spettacolo potente e sorprendentemente attuale, che potremmo definire una delle sorprese di questa stagione 2024. In un momento in cui si parla tanto di manipolazione, narcisismo e violenza sulle donne, il Teatro stabile d’Abruzzo dimostra di essere sul pezzo con uno spettacolo tratto dal testo del commediografo americano Gardner McCay, Il giocattolaio, divenuto uno dei grandi successi di Broadway negli anni Settanta.

A portarlo in scena con la regia di Enrico Zaccheo è una Francesca Chillemi diversa da quella che solitamente siamo abituati a vedere sul piccolo schermo. La comicità che spesso la contraddistingue lascia il posto alla tensione di un thriller psicologico che ci costringe a fare i conti con la nostra bassezza morale e con i nostri desideri inconfessabili.

Ad affiancarla, nel ruolo del giocattolaio Peter, c’è Kabir Tavani, premio Hystrio nel 2017. Tavani interpreta un serial killer che seduce le donne per poi lobotomizzarle e ridurle immobili su una sedia a rotelle, pronte a soddisfare ogni suo desiderio.

Una storia cruda ma al tempo intrigante, dove a spiazzare non è tanto la violenza fisica che emerge dalla trama, quanto quella psicologica. Spesso, infatti, ad essere ‘lobotomizzate’ sono le menti di persone fragili che divengono prede di manipolatori narcisisti. Un tema tanto di moda ma solo perché se ne è presa coscienza troppo tardi.

L’aspetto più interessante del Giocattolaio di Chillemi e Tavani è l’interscambiabilità dei ruoli come avviene in Gone Girl di David Fincher, thriller psicologico pluripremiato per la sceneggiatura ricca di suspense e la recitazione tagliente di Rosamund Pike: vittima e carnefice si alternano in un gioco al massacro che li vede costretti ad immergersi nella parte più nascosta e brutale di sé.

Ma cos’è che attrae la brillante psichiatra Maude? Non c’è da stupirsi, del resto ce lo insegna anche la letteratura greca quando l’intelligente Didone si innamora dell’inetto Enea perdendo il suo orgoglio regale in preda alla follia.

“Forse riconosciamo nell’altro la follia che appartiene a noi… e ce ne innamoriamo”: Maude ritrova parti di sé nel suo carnefice. Vengono fuori conflitti interiori irrisolti che si materializzano sulla scena in una sorta di danza fra corpi che si respingono e si attraggono: si configura così il gioco della manipolazione che porta la giovane psicologa prima ad avere la meglio su Peter, mettendo in crisi il suo sistema, e poi ad esserne vittima nel momento in cui empatia e comprensione le fanno abbassare la guardia.

Attraverso un lento processo, fatto di parole, racconti e confidenze, Maude abbandona a poco a poco il suo senso di giustizia, perde i suoi valori e la sua missione di riscattare le donne rimaste vittime del giocattolaio. Ma come può un personaggio inizialmente così forte e determinato cambiare radicalmente la sua percezione? Ce lo spiega il sociologo statunitense Joseph Overton, secondo il quale tutte le cose avrebbero una ‘finestra di opportunità’ per divenire accettabili, anche quelle che di primo acchito ripudiamo e sdegniamo: mettendo in ballo anche la più assurda delle proposte, questa passa dallo stato di ‘impensabile’ a quello di ‘pubblico dibattito’ fino alla piena accettazione.

Giocando con l’empatia di Maude, il giocattolaio Peter capisce che quella è la chiave per arrivare a lei, assoggettarla e farne ciò che vuole. E Maude partecipa al gioco, fornendo sempre più elementi al suo aguzzino.

Il ritmo serrato e incalzante della storia, insieme alla sensualità degli attori in scena, fanno sì che anche lo spettatore entri in questo gioco di persuasione e faccia i conti con i propri abissi. Cosa spinge Maude a desiderare di andare a letto con un uomo così pericoloso? Il desiderio di salvarlo, credendo che sia possibile. La ‘sindrome della crocerossina’ la porta a perdonare e a credere alle bugie che lei stessa si racconta. Perché credere a delle realtà fittizie fa meno male che accettare la realtà per quella che è.

E mentre Leonard Cohen canta “Dance me through the panic ‘til I’m gathered safely in”, i sentimenti che Maude inizia a provare e lo stato di confusione in cui riversa la spingono ad assorbire l’orrore e a voltare subito pagina: sarà questo il suo tallone d’Achille.

Probabilmente Maude – ma non gliene facciamo una colpa! – ha fondato il suo bagaglio di conoscenza della materia psichica su una coscienza debole. Come sosteneva il filosofo statunitense Noam Chomsky, infatti, la manipolazione trova terreno fertile laddove sussiste una scarsa conoscenza di sé. È per questo che conoscersi è il primo modo per difendere la propria libertà e autodeterminazione, anche dalla forza travolgente di quello che sembrerebbe ‘amore’.

Quanto alla divina follia ne abbiamo distinto quattro forme […]. La quarta, la più eccelsa, è sotto l’influsso di Afrodite e di Amore”, scrive Platone in Fedro.

Ma Maude da questa storia ha avuto la possibilità di imparare, di scoprirsi con occhi nuovi e di affermare quella forza e arguzia che fin dalle prime battute la caratterizzano. Ciò che resta al pubblico in sala, oltre all’amaro in bocca, è una lunga serie di domande esistenziali, seppur pericolose. C’è sempre un momento nella vita in cui siamo Maude, ma anche noi possiamo svegliarci. Facciamolo. Magari sulle note dei Pink Floyd, alle quali è affidato il finale: Can you stand up? […] Come on, it’s time to go!”.

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