Abruzzo, commemorazione defunti: il rito per vincere l’angoscia della morte

di Fausto D'Addario | 02 Novembre 2022 @ 06:10 | RACCONTANDO
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Le tradizioni dell’Abruzzo sono ricche di credenze popolari, consuetudini arcaiche e culti inerenti al 1 e il 2 novembre: in questi giorni speciali la Chiesa celebra la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione dei defunti, occasioni per ricordare e omaggiare i nostri cari nei cimiteri .

Nei paesi e nei borghi abruzzesi l’incontro fra sacro e profano, usanze pagane e fede cristiana ha prodotto un intreccio di tradizioni locali: la ritualizzazione è il modo più antico e universale di incantare e vincere l’angoscia della morte. Gesti, parole, canti e oggetti possiedono virtù o poteri specifici, a cui ricorrere nella notte in cui i morti tornavano nuovamente a far visita ai vivi.

Una caratteristica comune è la credenza secondo cui, durante la ricorrenza del 2 novembre, i morti ritornano nelle loro case, dove trovano allestita una mensa con viveri e bevande per il loro viaggio di ritorno nell’aldilà: è un rito di ristoro e conforto, per non perdere il rapporto con il defunto, che non è completamente andato via. Convinzione particolarmente forte a Roccaraso dove, secondo una tradizione popolare ricordata da Giuseppe Pitrè, i morti hanno libertà di tornare nelle proprie case fino al giorno dell’Epifania; da qui il detto: Tutte le fèste vade vije, ne vvenga maje la Pifanije, cioè possano passare tutte le feste, ma non arrivi l’Epifania, giorno in cui i defunti dovranno andar via. Lo stesso menziona come nell’aquilano si usasse preparare una minestra a base di legumi, detta ju granate, da offrire poi a vicini e poveri; l’atmosfera era resa suggestiva anche per l’uso di lasciare ardere durante la notte lumi e candele nelle case, nelle chiese e nei cimiteri, dando un aspetto molto caratteristico in quella notta ai paesi così fantasticamente illuminati.

Nella notte del 1 novembre i bambini di comuni come Pratola Peligna e Pettorano sul Gizio si riunivano per dipingersi le facce con cenere o farina, come a ricordare le anime dei morti, e si spostavano per le strade del paese bussando alle porte delle case per ricevere il bene, un’offerta per le anime dei defunti, consistente in dolci o monete.

Introdacqua si ricorda la processione dei defunti detta Scurnacchièra, che la tradizione voleva sfilasse tra le stradine del paese nella notte di Ognissanti: prima un sacerdote defunto avrebbe celebrato una messa per le anime lì raduntesi; quindi sarebbero tornate nelle loro case per prendere il cibo sulle tavole apparecchiate per loro. In testa alla processione procedevano i bambini nati morti, seguivano poi i ragazzi, gli adulti e per finire gli anziani, tutti in rigoroso ordine, tenendo un cero acceso in mano. La gente del paese non doveva uscire di casa né affacciarsi al balcone.

A Pacentro vi era l’uso di celebrare in tutte le chiese delle messe fino alla prima domenica dopo tutti i santi, nella memoria di San Carlo.

Un rito tutto particolare era quello del Capetièmpe, che si svolgeva dalla festa di Ognissanti al giorno San Martino (1-11 Novembre), legata al mondo contadino e alle attività agricole. Questi riti comprendevano zucche, crani, candele, falò e la questua – e a Sulmona e nella valle Peligna era attestata perfino la pratica di banchettare nei cimiteri insieme ai defunti – tutti elementi che sono vicini alle tradizioni celtiche della più nota festa di Halloween. Come non pensare, del resto, ai versi di D’Annunzio nella sua Ottobrata:

Su le tegole brune riposano enormi
zucche gialle e verdastre, sembianti a de’ cranii spelati,
e sbadiglian da qualche fessura uno stupido riso
a ’l meriggio.

Negli ultimi decenni a causa della crescente l’industrializzazione e dell’abbandono dei campi, il mondo contadino è però mutato radicalmente e così sono ormai cadute in disuso molte delle usanze che venivano trasmesse di generazione in generazione. Oggi, nonostante diverse iniziative, quei ricordi rivivono soltanto nei racconti di pochi anziani o nelle pagine sbiadite di qualche libro dimenticato.


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