Sabato 13 maggio alle ore 17.00 si è svolto il rito della benedizione dell’abate D. Luca Fallica nella Basilica Cattedrale di Montecassino, presieduta da S. Eminenza, il Cardinale Angelo de Donatis, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. In questo modo si è portato a compimento un percorso, iniziato lo scorso 9 gennaio, quando Papa Francesco lo ha nominato Abate territoriale dell’Abbazia di Montecassino, immediatamente soggetta alla Santa Sede ed inserita nella Regione Ecclesiastica del Lazio; presidente di quest’ultima è proprio il cardinale Vicario.
Originario di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, e formatosi nelle file dell’Azione Cattolica, fu accolto nel 1989 dalla chiesa di Milano dall’allora Arcivescovo, il card. Carlo Maria Martini, per dare inizio a una nuova comunità monastica. Dopo diversi gli spostamenti, l’arrivo a Dumenza, in provincia di Varese, località immersa nella tranquillità di un bosco a 1000 m sul Lago Maggiore, quasi al confine con la Svizzera. Qui ha svolto il servizio di priore per dodici anni, fino al 2 dicembre del 2022. Poi la nomina papale e tutto è cambiato. Un passaggio molto particolare e delicato, da una delle comunità più giovani d’Italia a una fra le più antiche, fondata dallo stesso San Benedetto, dopo aver lasciato Subiaco.
- Luca, già priore della comunità del Monastero della Santissima Trinità di Dumenza, in provincia di Varese, ha ricevuto l’ordinazione diaconale il 14 febbraio da Mons. Franco Agnesi, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Milano e Vicario Generale nella sua comunità e poi l’ordinazione presbiterale nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano da Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano. Nonostante l’età di 64 anni, infatti, non era sacerdote e da qui la necessità di provvedere alle ordinazioni. Il 16 marzo, poi, a Montecassino ha avuto luogo nella Sala Capitolare il rito di immissione nell’incarico di Abate e Ordinario di Montecassino, alla presenza del P. Abate Presidente della Congregazione Sublacense-Cassinese D. Guillermo Leòn ArboledaTamayo e del P. Abate Visitatore D. Mauro Meacci, Abate di Subiaco. Ora, da ultimo, la benedizione abbaziale.
Nella Regola di San Benedetto, ai capitoli 2 e 64, viene descritto il compito dell’abate: L’abate, che nel monastero tiene le veci di Cristo, si comporti come padre, maestro ed esempio di vita cristiana e monastica. Per questo nulla deve insegnare, stabilire o comandare che si discosti dalla legge del Signore. Manifesti tutto ciò che è buono e santo più con i fatti che con le parole, sempre intento a servire più che a comandare. Guidi la comunità con ogni senso di moderazione e fermezza alla sequela di Cristo, cosicché i monaci del suo monastero si mostrino modello di vita evangelica nella preghiera e nel servizio fraterno.
I riti iniziali e la liturgia della parola, fino al vangelo incluso, si sono svolti nel modo consueto. Dopo la proclamazione del vangelo ha avuto inizio il rito, inaugurato dalla lettura del mandato del Papa, datato 9 gennaio 2023. Quindi il cardinale ha tenuto l’omelia, prendendo spunto dal testo delle letture proclamate:
“Acclamate Dio, voi tutti della terra (Sal 65,1). Carissimi, così abbiamo cantato nel salmo responsoriale, quasi a fare eco alla gioia di questa celebrazione liturgica, nella quale accogliamo con il rito della benedizione abbaziale D. Luca Fallica, come nuovo padre e pastore designato dal Santo Padre, come abate di questa storica e millenaria abbazia di Montecassino. Più volte distrutta nel corso dei secoli, l’abbazia fu sempre ricostruita superando diverse difficoltà, superando periodi di instabilità. “Succisa virescit”, recita infatti il motto latino che ne orna lo stemma. Luogo fecondo di storia, di arte, di cultura e di santità. Montecassino rappresenta un’eredità ricca di memoria e ti invita, caro D. Luca, ad imitare lo scriba divenuto discepolo del regno, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche, esercitando la sapienza profonda di chi sa tornare alle radici per restituire linfa vitale, che produce frutti abbondanti, frutti duraturi. La regola di San Benedetto è chiarissima e sempre attuale nell’indicarti, come tu ben sai, i compiti e le responsabilità di colui che è chiamato a tenere il posto di Cristo davanti ai suoi fratelli. Responsabilità cosi gravi, da far tremare le vene e i polsi, se le si accoglie veramente, se vengono accolte profondamente, tanto da suscitare in chiunque il giusto timore, quello di dover rendere conto al Signore, non solo di se stesso, ma anche di tutti coloro che gli sono affidati. E allora richiamo semplicemente due responsabilità. Primo: l’abate è chiamato a infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità. Il primo tuo compito è aiutare i tuoi fratelli a rilucere della santità di Dio, a crescere nella scienza della santità, in quell’unione feconda con il Signore, che è il frutto di una vita di lode e di adorazione, di silenzio, di lavoro e di nascondimento. La vostra prima opera, quella che la Chiesa tutta si attende da voi, l’opus Dei – cui nulla si deve anteporre – è una vita tutta vissuta nella ricerca costante del volto di Dio, come richiamo assoluto a Lui. Potremmo dire che il vostro – quello della vita monastica – è il compito di quelli che devono risvegliare tutti gli altri ad avere desideri ardenti sconfinati nell’altrove di Dio. Veramente abbiamo bisogno di una città che splende sul monte, che ci ricordi l’aspirazione di tutti alla Gerusalemme celeste, che anticipi nel tempo la condizione della vita beata, dove ci si sazia della presenza amante della Trinità e si gode reciprocamente gli uni delle gioie degli altri. Ecco, infondere questo fermento del cielo nei cuori è il tuo compito verso i tuoi fratelli anzitutto e poi, come conseguenza, quasi per irradiazione verso tutti gli altri. Non sei qui per preoccuparti eccessivamente delle realtà terrene e transitorie, ma per non perdere di vista la salvezza delle anime. E poi, secondo: per far questo, ricorda San Benedetto, “studeat plus amari quam timeri” (RB 64,15); fatti amare, conformati e adàttati a tutti, secondo l’intelligenza e le qualità di ciascuno, come ricorda San Benedetto nella sua Regola. Per i fratelli devi essere come una madre che nutre i suoi piccoli, preparato a dividere con loro secondo la volontà di Dio e secondo quanto conviene a ciascuno, non solo il vangelo, ma anche la tua vita. Imitare insomma lo stesso Cristo Signore che ha potuto esclamare di Gerusalemme: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali” (Lc 13,34) e ancora, proprio oggi la liturgia, con le parole di San Pietro, ci ricorda la dolcezza, il rispetto e la retta coscienza che devono caratterizzare la buona condotta di ogni discepolo. Il tuo nome e la tua carica di abate ti richiamano incessantemente alla chiamata che il Signore ti fa, in modo particolare ad essere per tutti immagine della paternità di Dio verso ciascuno dei suoi figli. Ma – perché c’è un ma – mentre sei richiamato a questo arduo compito e a questa difficile arte, oggi, insieme a tutta la tua comunità e a tutti noi, sei consolato dalle promesse del Signore. “Non vi lascerò orfani, verrò da voi” (Gv 14,18). Lui ci rassicura, ci assicura, Lui ci chiede quello che ci dona e questo dono è lo Spirito Paraclito, colui che ci viene accanto per essere con noi e dimorare in noi. Lo spirito intensifica progressivamente la nostra relazione con Dio e dunque anche tra di noi in Lui, trasformandola in una reciproca inabitazione: “Voi in in me e io in voi” (Gv 15, 4). Carissimo D. Luca, Gesù oggi prega il Padre per te, perché ti sia rinnovato il dono consolatore che rimane in te per sempre, così anche tu sei reso vivo nello Spirito, vivificato da quello Spirito che ti fa vivere della vita stessa della Trinità. Viene lo Spirito allora a prendere il tuo posto, se sei disposto ad accoglierlo, viene per vivere e amare in te, per muovere in te ogni sentire e operare. Il vangelo di oggi, cari fratelli e sorelle, ci è donato come una promessa di prossimità e presenza, che ci comunica la pienezza d’amore di colui che promette: chi riceve lo Spirito continua a vedere il Signore, anche nell’apparente sua assenza. Il mondo non mi vedrà più, voi invece mi vedrete. Chi ha lo Spirito vede e vive di quello che vede; viene immesso nella corrente d’amore tra il Padre e il Figlio e può dunque divenire irradiazione di questo amore, che continuamente riceve. È il segreto della vita divina in ciascuno di noi. Silvano del Monte Athos racconta così la sua esperienza: “improvvisamente l’anima vede il Signore e lo riconosce. Chi può descrivere questa gioia e questa consolazione? Il Signore, riconosciuto nello Spirito santo, e lo Spirito Santo agisce in tutto l’uomo, nello spirito, nell’anima e nel corpo. Nella sua infinita bontà il Signore mi dette questa grazia, a me peccatore. Cosi colma d’amore divino è l’anima, che ha gustato la dolcezza dello Spirito Santo. O Signore, dona questo amore a tutti noi, dàllo al mondo intero. Spirito Santo, discendi nella nostra anima affinché lodiamo il creatore in pieno consenso. Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo ci è dato per vedere, per riconoscere, per gustare e dunque per irradiare. Possa tu, carissimo D. Luca, ricevere una rinnovata effusione dello Spirito Santo, per rimanere nel Padre e nel Figlio. Possa questa abbazia diventare ancora di più la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito, il giardino dove il Signore si compiace di abitare, la sorgente da cui sgorga la vita divina, che raggiunge tutti. Questo auguriamo con tutto il cuore in questa celebrazione. Affidiamo il tuo servizio alla madre di dio, a san benedetto, a santa scolastica. Amen”.
Dopo l’omelia, hanno avuto luogo le interrogazioni e il canto delle litanie, terminate le quali l’eletto si è inginocchiato davanti al cardinale, che ha pronunciato la preghiera di benedizione. Successivamente il neoabate ha ricevuto tra le mani la Regola, strumento con cui guidare e custodire i fratelli della comunità. Poi il cardinale gli ha consegnato l’anello, segno di fedeltà, in silenzio ha imposto la mitra, quindi gli ha consegnato il pastorale, segno della sollecitudine del pastore per i fratelli. Così D. Luca ha potuto prendere possesso della sede dell’abate. Infine il neoabate ha ricevuto il saluto e il bacio di pace dagli abati e dai monaci presenti.
Prima del congedo, l’Abate Luca ha rivolto al popolo delle commosse parole di ringraziamento: “Eminenza Reverendissima, Eccellenze, cari confratelli nella vita monastica, care consorelle, cari fratelli e sorelle nel Signore, in questi primi mesi della mia presenza qui a Montecassino, ho molto pensato a quando, ormai circo 1500 anni fa, San Benedetto vi è giunto, nel suo esodo da Subiaco. San Gregorio Magno racconta che, quando San Benedetto giunge su questo monte, demolisce i culti idolatrici in onore di Apollo, e costruisce un oratorio dedicato a San Martino e poi, proprio qui, dove stiamo celebrando, edifica la cappella di San Giovanni Battista, nella quale sarà sepolto insieme a sua sorella Scolastica. Ho riflettuto molto su questa immagine che i Dialoghi di San Gregorio ci consegnano, perché mi aiuta a comprendere come anche oggi la lotta contro l’idolatria, contro i tanti idoli che minacciano la nostra fede, continui ad essere un impegno che deve stare al cuore della vita monastica e del suo desiderio di essere, come San Benedetto ci sollecita a fare, un’autentica via di ricerca del volto di Dio, del vero volto di Dio. Ed è altrettanto significativo che San Benedetto affidi questa ricerca alla protezione e alla ricerca di San Martino e di San Giovanni Battista: San Martino è colui che vive nella completa dedizione di sé, dal mantello offerto al povero, fino alla disponibilità di non recusare la fatica, pur nella debolezza di una morte imminente, per essere nutrita dal popolo affidatogli dal Signore. E San Giovanni e colui che indica il Signore, che ci aiuta a riconoscere la sua presenza in mezzo a noi, attraverso la via della diminuzione, di discesa. “È lui che deve crescere, mentre io devo diminuire”, così testimonia il quarto vangelo. Ed è una logica che si pone agli antipodi, delle logiche idolatriche, che ci portano invece a chiuderci nella ricerca del proprio utile e nell’affermazione di sé. E questa è la via della ricerca del vero Dio, che San Benedetto propone a noi monaci, attraverso la nostra testimonianza ad ogni vero cercatore di Dio, una via che si attua non anteponendo nulla all’amore di Cristo, che è l’amore di cui vive San Martino nel dono di sé e a farlo attraverso una via di discesa, come quella percorsa dal Battista, quale è la scala dell’umiltà, che è al cuore della nostra regola, e che attraverso i suoi gradini ci conduce proprio in quell’amore perfetto, che scaccia ogni paura. E anche i segni che ho ricevuto in questa celebrazione, particolarmente del pastorale, mi ricordano la necessità e l’impegno di percorrere questa via. Possono essere fraintesi come segno di prestigio e di potere; ma il loro significato autentico è custodito nelle parole con cui il Cardinale Angelo me li ha consegnati: il pastorale è segno della sollecitudine alla quale sono chiamato verso i fratelli che mi vengono affidati; è il segno del Pastore buono, che offre la propria vita per le pecore, in quella conformità a Cristo che San Martino ha saputo incarnare fino all’ultimo respiro della sua vita. L’anello è segno di fedeltà, e mi chiama a custodire la mia nuova famiglia monastica, con instancabile amore nella comunione fraterna. È il segno di fedeltà tra uno sposa e una sposa, che mi sollecita in particolare ad essere, come San Giovanni Battista, l’amico dello Sposo, colui che gioisce alla sua voce e aiuta ogni fratello a incontrarlo, a riconoscerlo, a non anteporre nulla al suo amore. So che questo è anche il momento dei ringraziamenti, ma mi sarebbe impossibile ringraziarvi tutti. Vi raccolgo in un unico ringraziamento a Papa Francesco, non solo per la nomina, ma per le parole con cui l’ha sostanziata e che abbiamo ascoltato nella lettura della bolla. In particolare gli sono grato per quel passaggio, nel quale mi invita a offrire ai fratelli insegnamenti di colui che rimane il maestro di entrambi, mio e loro; si è maestri solo se si rimane discepoli dell’unico vero Maestro. Ma attraverso Papa Francesco il ringraziamento va a tutta la Chiesa, qui presente e radunata nella bellezza variegata dei suoi molteplici carismi e vocazioni. Sappiate però che per ognuno e ognuna di voi c’è davvero tanta gratitudine, tanta sincera gratitudine. E desidero ringraziarvi non solo per essere qui, per quello che avete rappresentato nel mio passato, ma per quello che vi chiedo di fare adesso, nel futuro. Vi chiedo di pregare per me e per i fratelli di questa comunità, che mi accoglie con grande fiducia, come nuovo padre, di pregare e di aiutarci, perché insieme sappiamo percorrere e aiutare altri a percorrere questa via antidolatrica, questa via di ricerca del vero volto di Dio, nel primato dell’amore e nella spogliazione dell’umiltà. E affido questo cammino alla Madre di Dio, che oggi celebriamo come la vergine di Fatima. Oggi 13 maggio è anche il giorno nel quale, ormai 18 anni fa, la mia famiglia ha celebrato i funerali di mia madre. E allora anche alla sua maternità mi affido con gratitudine. Grazie a tutti”.
Dopo la benedizione finale, la celebrazione si è chiusa con il canto del Regina Caeli e un momento di convivialità per festeggiare la grazia e la gioia di questa giornata storica. È possibile rivedere il video della celebrazione al seguente link.











