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Due giare d’orzo. Il diritto alla difficoltà

Due giare d’orzo. Il diritto alla difficoltà
Una delle prime parole scritte di cui abbiamo testimonianza è Kushim. Era, con ogni probabilità, un amministratore sumero di circa cinquemila anni fa. Il suo messaggio all'eternità? Una ricevuta fiscale: "29.086 misure di orzo ricevute in 37 mesi".

L’AQUILA – Una delle prime parole scritte di cui abbiamo testimonianza è Kushim. Era, con ogni probabilità, un amministratore sumero di circa cinquemila anni fa. Il suo messaggio all’eternità? Una ricevuta fiscale: “29.086 misure di orzo ricevute in 37 mesi”. E dire che per anni l’uomo ha pensato che la scrittura fosse nata per raccontare il mondo, per l’astrazione poetica, per il sacro. Poi vai a vedere bene e trovi qualcuno che registra dei cavolo di cereali.
Quella tavoletta è un indizio. Ci racconta che il motore della nostra esistenza forse è sempre stato questo: avere qualche problema da risolvere. Il resto, la contemplazione, il racconto, l’ozio, arrivavano dopo, a fine giornata, quando Kushim si sedeva, finalmente, dopo ore passate a lavorare. Al buon Kushim mi è venuto da pensare leggendo due notizie in questi giorni.
La prima racconta come, nelle aziende informatiche americane, ci sia ormai una corsa a usare sempre di più l’intelligenza artificiale. Una specie di competizione tra programmatori per progettare la macchina, l’agente, che, prima o poi, li renderà superflui. Il secondo è l’ennesima uscita di Elon Musk che torna a parlare di reddito universale come risposta inevitabile alla disoccupazione di massa che sarà certamente prodotta dall’IA e dai robot.

Messe una accanto all’altra, queste due cose raccontano il momento in cui siamo. Ogni nuova tecnologia, si obietterà, distrugge alcuni lavori e ne crea altri. Magari sarà così anche questa volta, chissà. Però qualche dubbio viene. Certo, le automobili hanno reso obsolete le carrozze, ma hanno creato i meccanici. È vero. Ma se si prova a guardare la storia dal punto di vista del cavallo, la prospettiva cambia. Il cavallo non si è estinto certo, ma è diventato un mero ornamento.
Ecco, oggi il cavallo siamo noi. Per la prima volta, la tecnologia che rischia di essere messa ai margini non è un mestiere o un arnese, ma l’essere umano.

Si obietterà ancora che la fine del lavoro è una delle più nobili ambizioni umane – l’eden di Karl Marx dove si pesca per hobby al mattino e si fa critica letteraria la sera – ma non è detto che sia il paradiso. “Ottima teoria, specie sbagliata”, si disse del marxismo. Perché cosa accade quando la necessità scompare davvero? Il dubbio è che possa essere, semplicemente, un vicolo cieco evolutivo.

La biologia del resto ne è piena. Il caso più noto è “Universo 25”: un ambiente costruito per dei topi con cibo infinito e zero pericoli. All’inizio la popolazione cresce, poi i comportamenti cambiano. Compaiono i “Belli”: maschi che smettono di accoppiarsi e lottare per passare il tempo a leccarsi il pelo. Diventano aggressivi senza motivo o eccessivamente edonisti. La colonia si estinse per apatia in mezzo all’abbondanza.
Qualcosa di simile accadde probabilmente nell’Isola di Pasqua, ma i topi erano degli essere umani, coloni polinesiani. Questi trovarono un regno di abbondanza. Smisero di viaggiare, non ce n’era bisogno, e per vincere la noia iniziarono a costruire i Moai secondo la versione più gettonata, che era un po’ come lo scroll domenicale, solo un po’ più complesso. Per trasportarli tagliarono alberi, finché non ne rimase nessuno. Niente alberi, niente canoe, niente pesca, niente di niente. La società collassò nel giro di qualche generazione.

Segnali di questa atrofia dei Sapiens si vedono ovunque: nella depressione post-pensione (che secondo alcuni studi aumenta del 40% il rischio clinico), ma anche nei bambini. Il gioco libero scompare e con esso le capacità vestibolari dei minori, che crescono senza il confronto con il limite fisico.
Il motore del cervello umano, per come lo descrivono le scienze cognitive, non è l’assenza di problemi, ma semmai il contrario: affrontarli. L’uomo sembra progettato per la mancanza, più che per la saturazione e i nostri meccanismi dopaminici non premiano ciò che otteniamo, ma ciò che inseguiamo. La dopamina è la molecola della caccia, non del bottino.

Il reddito universale di Musk, e tutti i surrogati gamificati di vita di cui ci circondiamo, non eviterà che la gente impazzisca di noia. Anche perché il cervello sa quando sta recitando, non basta fare qualcosa “per hobby” se sei programmato per avere una qualche rilevanza sociale, per sentire che il tuo sforzo è davvero necessario alla tribù.
Insomma, il paradosso sembra essere che viviamo nella prima era in cui si costruiscono macchine super-intelligenti che, per riflesso, ci rendono tutti biologicamente più stupidi e fragili. È questo quello che ho pensato leggendo quei due articoli, e c’è da chiedersi se qualcuno che ne abbia davvero competenza ci stia riflettendo prima di farci rimpiangere la vita di Kushim e delle sue giare d’orzo.