L’AQUILA – Quando uscivo con mia madre, era per andare dal parrucchiere, in centro. Con la piega appena fatta, ci incamminavamo, poi, verso la profumeria di Gianfranco Castellani dove mamma acquistava la Nutrix una crema di Lancôme molto grassa che lei adorava mettere d’inverno come d’estate e di cui si riforniva quando ancora il contenuto del tubo non era arrivato alla metà, per paura di restarne senza.
Gianfranco ci salutava accompagnandoci alla porta e noi proseguivamo sotto i portici per la nostra passeggiata a tappe obbligate.
Era la fine degli anni ’80 e il centro storico era un salotto. Sotto i portici e per il corso, era tutta una vetrina. Un negozio più bello dell’altro; ci si entrava anche per il solo gusto di guardare e sognare ad occhi aperti.
Uscite dalla profumeria, la tappa successiva era ‘Lely arredamenti’ con quella scritta in corsivo che ancora ricordo, di un blu quasi elettrico e la stanghetta orizzontale della lettera L allungata ad abbracciare le altre lettere del nome e a tenerle tutte insieme.
Dentro, solo mobili classici, poltrone di pelle, tessuti, lampade e oggettistica magica. Ci accoglieva la signora Pia, moglie di Massimo Lely che, invece, gestiva il punto vendita alla rotonda.
Con Pia, inseparabile, la figlia Claudia, di qualche anno più piccola di me, alle prese con libri e quaderni mentre la mamma intratteneva la clientela con squisita accortezza.
Un’attività di famiglia nata dall’intraprendenza di Arturo Lely, papà di Massimo che, negli anni ’60 aveva iniziato con le macchine da scrivere Ibm e poi, all’inseguimento del bello, si era spinto fino a Milano da dove aveva iniziato ad acquistare mobili per poi venderli all’Aquila.
Dei quattro figli di Arturo, solo Massimo aveva seguito le orme del padre creando, in pieno boom economico, quello che poi sarebbe diventato, per lunghi anni, un piccolo impero, iniziando da un magazzino a Palazzo Cipolloni Cannella, dove oggi si trova la casa d’aste Gliubich, utilizzato prima per rifornire il negozio/vetrina sotto i portici, poi per arredare un’altra vetrina vicino al cinema Massimo e rifornire il punto vendita alla rotonda.
Negli anni ’90, con l’avvento del moderno, cambia la filosofia dell’arredo ma Lely continua con i suoi mobili classici, chiudendo al centro storico e alla rotonda e spostando l’attività in un negozio di oltre 300 mq in via Beato Cesidio. Resterà aperto sino al 6 aprile del 2009.
Per un periodo, dopo il terremoto, i mobili restano custoditi nel negozio e poi smistati tra un hangar a Preturo e un magazzino a Valle Pretara che finirà, negli anni, per contenerli tutti.
Il 26 aprile del 2019, dopo una lunga malattia, Massimo muore; Pia stessa è molto malata e non è in grado di prendersi cura della ditta, le cui vicissitudini, passano nelle mani di Claudia.
“Pensavo di non sopravvivere – racconta Claudia – quanto eravamo legati. Avevo 6 mesi per sistemare la successione e mettere la società in liquidazione e, l’unica cosa che potevo fare, in quel momento, era cercare uno stocchista ovvero un acquirente che acquistasse tutta la mobilia e l’oggettistica custodita nel magazzino, dietro versamento di una somma minima rispetto al reale valore della merce.
Appena la società è andata in liquidazione ho iniziato a sistemare il magazzino affinché lo stocchista potesse vedere cosa avrebbe acquistato. Ma era il 28 febbraio del 2020 e di lì a poco il primo lockdown avrebbe, di nuovo, fermato tutto. Nessuno avrebbe più investito sui mobili di mio padre.
Finché un giorno, qualche mese dopo, – prosegue Claudia – sono andata da Brico e ho comprato una torcia, della cera d’api e una pezza di lana. Non sapevo neanche io il motivo.
Sono andata al magazzino, ho aperto la prima scatola e ho iniziato a lucidare il primo mobile; poi il secondo e il terzo e così via. Una volta aperto il conto corrente della liquidazione, ho potuto vendere un pezzo alla volta e, piano piano, fare spazio nel magazzino.
Un lavoro lungo e non sempre semplice nel quale sono stata sostenuta da Giovanni, ovvero colui che era stato l’operaio di mio padre e che ringrazio per esserci sempre stato.
Aprendo gli scatoloni, ho trovato fotografie, lettere, oggetti che sono appartenuti alla mia infanzia, le cassette Vhs, le coperte del corredo di mia madre.
C’era la nostra casa che era crollata, non c’erano solo i mobili del negozio. È stata una scoperta. Ogni scatola mi ha portato via le ore.
Ho rivisto la scrittura di mio nonno e di mia nonna e mi sono accorta che, ogni giorno che entravo in magazzino, non era per vendere i mobili ma per tornare a casa”.
Oggi Claudia non sa cosa ci sarà nel suo futuro. Forse ancora l’arredamento, forse no.
I mobili del magazzino hanno trovato nuova vita in tante case aquilane e nuovi b&b, così come avrebbe voluto e fatto suo padre.
“Nel magazzino di papà – chiude Claudia- ho trovato la chiave di lettura di me stessa; tutto quello che è accaduto in questi ultimi tre anni è stato un viaggio dentro la mia vita. Ho imparato a trasformare l’enorme dolore in amore e ho conosciuto la Speranza”.












