Nel Seicento l’Aquila non oppose resistenza con le armi. Quelle erano state deposte da tempo, dopo la dura repressione seguita alla rivolta del 1529. La città, privata del controllo sul proprio territorio e inserita stabilmente nell’apparato vicereale spagnolo, cercò altrove uno spazio di manovra. Lo trovò nella cultura. La ricerca storica e antiquaria divenne un terreno di confronto politico, uno strumento per riaffermare prestigio e continuità in una fase di ridimensionamento istituzionale.
Tra il 1528 e il 1533 l’assetto politico dell’Aquila subì una trasformazione irreversibile. La ribellione anti-spagnola fornì al potere vicereale il pretesto per intervenire in modo strutturale. Il contado fu separato dalla città, i castelli assegnati a capitani dell’esercito imperiale, l’autonomia che aveva caratterizzato la “città-territorio” medievale venne smantellata.
La costruzione del Castello nel 1533 rappresentò il segno più visibile di questo mutamento. Finanziata con risorse cittadine, la fortezza non fu soltanto un’opera militare ma un dispositivo di controllo permanente. Nella memoria storiografica locale, a questo intervento si associarono altri atti percepiti come punitivi: la confisca delle campane maggiori e la demolizione dei campanili, simboli della libertà civica. Nel corso del Seicento, questa perdita non venne elaborata come un evento concluso. Continuò a pesare nel dibattito cittadino e orientò le strategie del ceto dirigente, che scelse la via della legittimazione simbolica.
Accademie e “nobiltà di toga”
Il nuovo equilibrio politico favorì l’emergere di una classe dirigente diversa da quella feudale. Magistrati, giuristi e funzionari — la cosiddetta “nobiltà di toga” — consolidarono il proprio ruolo attraverso incarichi amministrativi e culturali. In questo contesto, collegi e accademie assunsero una funzione centrale come luoghi di elaborazione del discorso pubblico.
L’Accademia dei Velati divenne il principale laboratorio di questa stagione. La sua fondazione nel 1598, a opera del gesuita Padre Sertorio Caputo con il supporto del giurista Cesare Rivera, rappresentò un rinnovamento deliberato dell’Accademia dei Fortunati, ormai in decadenza. Le adunanze si tenevano in spazi simbolicamente connessi al governo cittadino. I membri, il “salotto ufficiale del ceto dirigente” aquilano, con sede nel Palazzo del Magistrato stesso, fronte alla chiesa dei Gesuiti, adottavano nomi accademici, imprese e motti, secondo una ritualità che trasformava l’attività letteraria in retorica civica. Le famiglie Rivera, Dragonetti, Ardinghelli trovano qui il modo di riaffermare il proprio ruolo sociale. Non più attraverso il controllo militare del territorio—ormai perduto—ma tramite la “nobiltà di toga”: magistrature, amministrazione, cultura. L’Accademia non fu un circolo isolato, ma un punto di contatto tra cultura, amministrazione e autorappresentazione del potere locale.
Salvatore Massonio e la costruzione delle origini
Figura centrale di questa operazione fu Salvatore Massonio. Medico e letterato, formatosi tra studi umanistici e scientifici, Massonio elaborò una narrazione delle origini cittadine che mirava a collocare l’Aquila in una profondità storica ben precedente alla fondazione medievale.
Nel Dialogo dell’origine della città dell’Aquila, pubblicato tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, l’autore mise in scena un confronto dotto tra interlocutori omonimi. Attraverso documenti, testimonianze e interpretazioni filologiche, l’opera sostenne che la città, pur nella sua forma urbana medievale, fosse erede diretta di insediamenti antichi. Il ricorso a Virgilio e alla locuzione Immota manet inserì l’Aquila nel linguaggio simbolico della classicità, riconosciuto dalle élite colte come fonte di autorevolezza.
Amiterno e Forcona: una linea di continuità
Il perno della costruzione identitaria fu il mito di Amiternum. Le rovine situate tra San Vittorino e Preturo divennero il fondamento materiale della rivendicazione. Amiterno veniva presentata come città sabina di rilievo, dotata di strutture monumentali e legata alla memoria di Sallustio. A questa eredità si affiancava Forcona, centro vestino di importanza tardo-antica e medievale. Un passaggio decisivo fu individuato nel trasferimento della sede vescovile da Forcona all’Aquila nel 1257. Questo atto sancì, sul piano ecclesiastico e giuridico, la continuità tra la città antica e quella nuova. Nella lettura degli eruditi seicenteschi, tale continuità attraversava l’età romana, la cristianizzazione medievale e la fondazione federale del 1254, conferendo all’Aquila una legittimità storica paragonabile a quella delle maggiori città del Regno.
Epigrafia e raccolte antiquarie
Lo studio delle iscrizioni latine costituì uno degli strumenti principali di questa operazione. Lapidi e frammenti provenienti da Amiterno e Forcona furono analizzati, catalogati e spesso conservati nei palazzi nobiliari. L’epigrafia, nel contesto culturale del tempo, non era una disciplina neutra: parlava il linguaggio universale della romanità e consentiva di presentare la continuità storica come dato oggettivo, inciso nella pietra.
Queste “prove” materiali sostenevano un messaggio preciso: l’Aquila non doveva essere letta come periferia subordinata, ma come centro dotato di antica dignità, capace di rivendicare un posto paritario nel sistema urbano del Regno di Napoli.
Nel clima di fervore antiquario trovò spazio anche la cosiddetta “Sentenza di Pilato”, un documento rinvenuto tra le rovine amiternine alla fine del Cinquecento. Sebbene in seguito ne fosse dimostrata la natura apocrifa, nel Seicento il testo contribuì ad amplificare l’aura simbolica del territorio, suggerendo legami con la storia evangelica e rafforzando l’immagine di una terra dotata di rilevanza universale.
Accanto a Massonio operarono altri storici locali. Claudio Crispomonti spinse la narrazione verso ipotesi di origini repubblicane e pre-romane, descrivendo un passato di autogoverno e coesione civica. Bernardino Cirillo interpretò il nome stesso dell’Aquila come segno di una vocazione al dominio, richiamando l’immagine del rapace. Queste letture, pur diverse, convergevano nella costruzione di una storia cittadina capace di compensare la perdita di autonomia politica.
L’Accademia dei Velati rimase operativa fino al 1717-1718, quando si trasformò nella Colonia Aternina, adottando il nome del fiume Aterno che attraversava il territorio della città romana e della moderna L’Aquila. Questa trasformazione rappresentava una evoluzione naturale: il mito di Amiterno e delle origini amiternine era ormai così radicato nella coscienza civica aquilana che poteva permeare persino il nuovo nome istituzionale dell’Accademia.
Nel Seicento, dunque, gli intellettuali aquilani agirono partendo dalla costruzione di un ordine storico alternativo, ancorato alla memoria documentata e alla lunga durata del passato cittadino: chi controlla il racconto delle origini controlla anche il peso pubblico di una città. In questo senso, l’erudizione era veramente una forma di “resistenza”—non violenta, non direttamente politica nel senso contemporaneo, ma profondamente sovversiva nel suo insistere su un ordine alternativo delle cose, fondato sulla memoria, sull’antichità e sulla continuità storica.









