Se le pietre millenarie dell’Aquila potessero guardarci davvero, cosa leggerebbero nei nostri gesti quotidiani? È da questa domanda muta ma bruciante che prende forma il reportage visivo raccontato da Chiara Masciovecchio, critica d’arte, che attraversa lo sguardo degli studenti della 3ª A Figurativo del Liceo Artistico “Fulvio Muzi”, i curatori del progetto, e trasforma la città in uno specchio della nostra coscienza.
Nel racconto firmato da Masciovecchio, sotto la guida maieutica della professoressa e referente del progetto Giorgia Evangelista, i giovani artisti non si sono limitati a documentare il degrado urbano: hanno compiuto un vero e proprio atto di “restauro dell’anima”. In un’epoca di sguardi rapidi e distratti, le loro opere – realizzate con un uso a del collage fotografico e della manipolazione visiva – obbligano a fermarsi, a guardare davvero, a riconoscere l’indifferenza che spesso accompagna l’attraversamento della città.
Un invito alla “gentilezza civica” lo ha definito la professoressa Evangelista che ha scelto una strada coraggiosa: non ha chiesto ai suoi studenti di documentare, ma di far partorire alla realtà la sua verità nascosta.
L’insegnamento che questi ragazzi ci lasciano è che L’Aquila non è uno scenario inerte, ma un organismo vivente che respira e soffre con noi.
Il percorso si apre con una visione quasi allucinata: un volto umano soffocato dal fumo di sigarette in eccesso, un cielo che richiama la Notte stellata di Van Gogh, una mano gigantesca che emerge da una distesa di rifiuti. È l’immagine di un sistema che fatica a respirare, dove arte e natura cercano spazio tra i fumi del consumo compulsivo. Non è solo sporcizia visibile: è l’aria stessa della civiltà a diventare irrespirabile.
Degrado quotidiano e simboli traditi
Dal sogno febbrile si passa alla crudezza della realtà urbana. Una fontana storica dell’Aquila, ridotta a raccoglitore di mozziconi, diventa il centro di una provocazione che richiama Magritte: «Ceci n’est pas un cendrier». Trasformare una fonte d’acqua in un posacenere significa tradire il senso profondo dello spazio pubblico, degradando l’arte a funzione residuale.
Il racconto prosegue nelle pieghe della notte aquilana. Le immagini del post-movida non cercano lo scandalo, ma mostrano il vuoto: bottiglie abbandonate sui muretti storici come cicatrici fredde sul volto della città. Come sottolineano i ragazzi, il messaggio è diretto e senza alibi: la responsabilità è individuale, il “mostro” ha il nostro volto.
In Piazza Duomo, la frase di Andy Warhol – «Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte» – campeggia come un desiderio sospeso. La sovrapposizione di immagini crea un effetto fantasma: le architetture diventano spettrali, quasi in dissolvenza sotto il rumore visivo del degrado. Quando non siamo all’altezza di quell’arte, la città ci sfugge, si ritira dalla nostra capacità di percepirla.
Collemaggio, lo sguardo interiore e la possibilità di rinascita
Il punto di svolta arriva con le immagini dedicate alla Basilica di Collemaggio. Attraverso la metafora dell’occhio, gli studenti fanno parlare le pietre, evocando le ferite e le sofferenze vissute dalla città. L’ispirazione arriva da Blade Runner – «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi» – rielaborata per interrogare il nostro presente: cosa dobbiamo, oggi, alla nostra città?
Il percorso si chiude aprendosi alla luce. Porta Bazzano popolata da animali e fiori giganti, Collemaggio che si accende di colori, uccelli che spezzano le griglie grafiche che li imprigionavano. È il messaggio dei ragazzi della 3ª A: se torniamo a rispettare ogni pietra, la natura e l’arte possono tornare a essere un unico organismo. Non un’utopia, ma una possibilità concreta affidata alle nostre mani.
Il progetto raccontato da Chiara Masciovecchio si configura come un manifesto di gentilezza civica. Non una semplice esercitazione artistica, ma un atto collettivo di consapevolezza. L’Aquila non è uno scenario inerte: è un corpo vivo che respira, soffre e spera insieme ai suoi abitanti. I ragazzi le hanno dato voce. Ora spetta alla città saperla ascoltare.
Un plauso va agli studenti della 3ª A Figurativo – Angelucci, Beomonte Zobel, Canocchi, Costantini, Dalipaj, De Sanctis, Durantini, Faruki, Ferrauto, Ferroni, Maiolini, Marchitelli, Micarelli, Pelosi, Rosito, Rosone, Ruiz Mendiola, Sabetti, Salomone, Serpetti, Tomassi, Vandelli – e alla scuola che ha creduto nel progetto.
Il dirigente Attilio D’Onofrio e la vicepreside Serena Marcantonio hanno dimostrato come l’educazione alla bellezza possa diventare patrimonio condiviso e strumento di riscatto per un’intera comunità.



















