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La Turris Eburnea. Un faro moderno nel paesaggio sacro e manicomiale di Collemaggio

La Turris Eburnea. Un faro moderno nel paesaggio sacro e manicomiale di Collemaggio
La Turris Eburnea, cappella del complesso psichiatrico provinciale, costruita nel 1967. Cemento armato e ferro, luce che sale a spirale,

L’AQUILA – Nel quadrante orientale de L’Aquila, là dove il colle di Collemaggio domina la piana come una soglia simbolica tra città e altrove, emerge una presenza che ancora oggi spiazza. Non per monumentalità classica, non per antichità, ma per contrasto. È la Turris Eburnea, cappella del complesso psichiatrico provinciale, costruita nel 1967. Cemento armato e ferro, luce che sale a spirale, verticalità ostinata. Un nome antico — torre d’avorio, epiteto mariano tratto dal Cantico dei Cantici — inciso su un corpo architettonico dichiaratamente moderno.

La Turris nasce come gesto controintuitivo. In un luogo segnato per decenni dalla segregazione, tenta un dialogo con la città. Non nasconde, non arretra, non si mimetizza. Si alza. Guarda. Chiede di essere vista.

Collemaggio, tra sacro e reclusione

Per leggere la Turris Eburnea occorre partire dal contesto. Collemaggio non è un colle qualunque. Qui sorge la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, fondata nel 1288 per volontà di Pietro da Morrone, poi papa Celestino V. La facciata bicroma, scandita da geometrie rigorose, resta uno degli apici dell’architettura medievale abruzzese e un cardine identitario per la città.

A pochi passi, però, un’altra storia ha inciso il paesaggio. All’inizio del Novecento, tra il 1902 e il 1915, la Provincia realizzò qui il manicomio. Una cittadella autonoma, padiglioni separati, viali ordinati, gerarchie spaziali nette. La logica era quella europea del tempo: isolare per curare, allontanare per proteggere. Proteggere la città e, al tempo stesso, preservare i “malati” dal disordine urbano.

Il complesso psichiatrico di Collemaggio divenne così una città nella città, ma senza cittadinanza. Un organismo autosufficiente, con lavanderie, orti, alloggi, camera mortuaria e, non a caso, un oratorio. La religione come presidio morale dentro un perimetro chiuso.

La psichiatria come architettura

La disposizione dei padiglioni non era neutra. Maschi e femmine separati. Tranquilli, agitati, osservazione clinica: ogni categoria aveva un edificio, una distanza, una soglia. L’ordine spaziale rifletteva un ordine sociale e medico. Il verde, i viali, la simmetria non servivano alla bellezza, ma alla disciplina.

Dentro questa grammatica nasce, decenni dopo, la Turris Eburnea. Non all’inizio, non al centro del progetto manicomiale, ma in una fase di trasformazione. Siamo nel secondo dopoguerra, in un’Italia che rilegge le proprie istituzioni, anche se non ancora pronta a smantellarle.

Augusto Angelini e l’azzardo moderno

Il progetto porta la firma di Augusto Angelini, architetto abruzzese attivo negli anni della ricostruzione e del rinnovamento liturgico. Angelini aveva già lavorato a interventi delicati nel tessuto aquilano, come la Basilica di San Bernardino. Conosceva il peso della storia. Proprio per questo sceglie di non imitarla.

Nei suoi appunti emerge un riferimento sorprendente: il Battistero di Parma. Non per copiarne la forma, ma per assimilarne il principio. L’ottagono come mediazione simbolica, la luce come racconto teologico, la verticalità come percorso spirituale. Angelini traduce tutto in un linguaggio novecentesco. Niente marmo. Niente affreschi. Solo struttura e luce.

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La Turris si compone di una base compatta che accoglie lo spazio liturgico, circolare, definito da pilastri in cemento armato lasciati a vista. Sopra, la torre. Internamente cilindrica, all’esterno poligonale, scandita da spigoli verticali che spezzano la massa. In alto, una lanterna attraversata da aperture disposte a spirale.

Il cemento non viene nascosto. Parla. Rivendica il proprio tempo. È materia povera, industriale, ma trattata come un lessico sacro. La luce entra dall’alto, si muove lungo le pareti, scende nello spazio centrale. Non c’è decorazione. C’è un’ascesa.

Turris Eburnea Collemaggio

Qui sta il punto decisivo. Angelini colloca la Turris nel punto più visibile del complesso. La torre dialoga con Collemaggio, con il profilo urbano, con le basiliche storiche. Non resta confinata dentro il recinto manicomiale.

È un gesto che pesa. Il manicomio nasce per sottrarre. La Turris, invece, restituisce allo sguardo. Segnala la presenza di chi viveva lì. Dice alla città: questo luogo esiste, queste vite esistono.

Nel 1967 la riforma psichiatrica è ancora lontana. Franco Basaglia muove i primi passi a Gorizia. La Legge Basaglia non è neppure immaginabile nel dibattito pubblico. Eppure l’architettura, qui, anticipa una frattura. Rifiuta l’invisibilità.

Dalla cappella alla parrocchia

Per anni la Turris non resta un guscio simbolico. Diventa chiesa attiva. Ospita la parrocchia di San Mario. Pazienti, personale sanitario, religiosi condividono lo spazio del rito. La vita quotidiana entra sotto la torre. Restano tracce minime ma eloquenti: immagini sacre, oggetti, fotografie. Anche una di Giovanni Paolo II, legata al giorno dell’attentato in piazza San Pietro.

Con la dismissione progressiva dell’ospedale psichiatrico, la parrocchia si sposta. La torre rimane. Senza funzione, senza presidio.

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Negli anni Duemila la Turris Eburnea entra nella fase più fragile. Vandali, bivacchi, incuria. Il crocifisso deturpato. I segni della perdita di senso. Eppure, chi entra oggi racconta sempre la stessa cosa: la luce resiste. Filtra ancora dall’alto. Taglia l’ombra.

C’è poi un’immagine che ritorna nei racconti più recenti: un merlo che salta sull’erba, poco fuori dalla torre. Un dettaglio minimo, quasi irrilevante, che diventa metafora involontaria. Vita ordinaria accanto a un’architettura ferita.

Architettura manicomiale e memoria

La Turris Eburnea va letta dentro una storia più ampia. I manicomi europei tra Ottocento e Novecento furono laboratori architettonici e ideologici. Razionalità, simmetria, controllo. Ma anche tentativi di umanizzazione attraverso il verde, la luce, l’ordine.

La riforma psichiatrica italiana ha chiuso quelle istituzioni. Non ha però risolto il destino dei loro spazi. Restano come corpi ingombranti, difficili da reintegrare, carichi di memorie scomode.

Oggi la Turris Eburnea figura nei censimenti del patrimonio contemporaneo. Il complesso di Collemaggio vive una gestione frammentata. Restauro, riuso, memoria: le ipotesi si rincorrono. Nessuna ha ancora trovato una forma definitiva.

La torre resta lì. Non grida. Non crolla. Continua a intercettare la luce e a rimandarla verso il basso. Come un faro che non guida più navi, ma ricorda alla città ciò che ha preferito non vedere.

La Turris Eburnea non risolve le contraddizioni del manicomio. Le rende visibili. Ed è forse questa la sua eredità più scomoda e più necessaria.