A Roma, nel liceo che da decenni forma buona parte della futura classe dirigente, qualcuno ha pensato fosse spiritoso compilare su un muro una lista di ragazze accanto alla parola “stupri”. Non un errore grammaticale, non una goliardata da ricreazione, ma un gesto preciso: noi possiamo tutto, voi potete solo sperare che resti una minaccia vuota.
La reazione del Paese è stata il solito copione: indignazione immediata, post sui social, analisi psicologiche improvvisate, assemblee convocate in fretta e furia. Tutto molto prevedibile, tutto molto utile a dimenticare il punto centrale. Perché qui non si tratta della lista in sé, ma della nostra rinuncia a riconoscere che quelle parole non spuntano dal nulla. Non sono un incidente. Non sono una bravata. Sono un riflesso — crudo, sgradevole, rivelatore — di una cultura che li circonda e che noi stessi alimentiamo ogni giorno.
Il primo tentativo, quando accade qualcosa di così scomodo, è sempre quello di sminuire. “Sono ragazzate”, “non volevano davvero fare male”, “non capiscono il peso delle parole”. È la narrazione più comoda: attribuisce la responsabilità a un’età della vita, non a un contesto. E soprattutto ci permette di credere che la violenza sia una parentesi adolescenziale, non un modo di guardare il mondo. È lo stesso meccanismo che osserviamo quando ci aggrappiamo alla discussione sulla “narrazione” dei femminicidi, fingendo che basti cambiare un termine per cambiare la realtà. Ci concentriamo sulle parole per non affrontare ciò che le produce.
E allora conviene spostare lo sguardo. Chi educa davvero questi ragazzi? La scuola, certo, ma solo per una frazione infinitesimale delle loro vite. Il resto lo fanno le famiglie, i social, la politica, i media, i commenti derubricati a “sfoghi”, l’idea diffusa che tutto sia opinione, niente sia responsabilità. In un Paese dove gli adulti stessi trattano il linguaggio come un’arma a salve, è quasi ingenuo aspettarsi che dei quindicenni comprendano di aver sparato a sangue freddo.
La lista del Giulio Cesare, contrariamente a quanto fingiamo di credere, non è una bolla di devianza giovanile. È un termometro. Segna la febbre del sistema educativo, quella del dibattito pubblico, quella di un modello culturale che preferisce urlare indignazione pur di non guardare in faccia i propri fallimenti. La violenza non nasce da un giorno all’altro. Si costruisce lentamente nelle chat di classe, nei video su TikTok, nelle battute che gli adulti trovano innocue, nel silenzio complice davanti a comportamenti “da maschi”, nella fascinazione per il dominio come forma di identità.
Il vero tabù di questa vicenda è che nessuno ha il coraggio di dirlo: i ragazzi del Giulio Cesare non sono un’eccezione. Sono esattamente ciò che accade quando, per anni, lasciamo crescere generazioni convinte che le parole non costino nulla e che la vergogna sia solo un effetto collaterale della viralità, non della violenza.
Ci lamentiamo del gesto, ma non mettiamo in discussione l’ambiente che lo ha reso possibile. Diciamo che “i giovani non rispettano le donne”, e nel frattempo assistiamo in silenzio a un dibattito pubblico che trasforma ogni tema in un ring, ogni fragilità in debolezza, ogni donna in bersaglio. Vogliamo che i sedicenni siano più adulti degli adulti che li circondano.
E allora chiediamoci seriamente di cosa ci stiamo stupendo. Ci stupiamo perché la lista è apparsa in un liceo “di eccellenza”. Perché se fosse successa altrove, avremmo saputo subito chi incolpare: il contesto sociale, la periferia, la povertà educativa. Qui, invece, il colpevole è troppo simile a noi, troppo vicino alla normalità che crediamo intatta.
In realtà, l’unica cosa davvero anomala in questa storia è la nostra ostinazione a considerare l’adolescenza un’attenuante. Ma un atto così non è un errore di crescita: è violenza simbolica, ed è già pienamente formata. E se continuiamo a trattarla come un brutto scherzo, sarà solo questione di tempo prima che qualcuno, un giorno, decida di trasformare il simbolo in azione.
La lista del Giulio Cesare non è un episodio. È un avvertimento. Dice che la violenza non arriva da fuori: cresce dentro, si mimetizza nel linguaggio, si allena nei corridoi delle scuole, si rafforza nella nostra complicità. E soprattutto dice che i sedicenni non sono il problema. Il problema è un Paese intero che non vuole più educare, preferisce commentare, e si stupisce quando scopre che le parole hanno messo radici proprio dove pensava di essere al sicuro.









