RACCONTANDO | |

Santa Chiara d’Acquili e le clarisse a L’Aquila

Santa Chiara d’Acquili e le clarisse a L’Aquila
Le clarisse di Santa Chiara d’Acquili, tra silenzio, preghiera e rinascita, hanno plasmato la storia spirituale dell’Aquila medievale.

La chiesa di Santa Chiara d’Acquili custodisce una storia che precede la fondazione stessa dell’Aquila. Consacrata nel 1195 dal vescovo di Forcona Oderisio, rappresenta la più antica chiesa all’interno della cinta muraria cittadina, testimonianza vivente del villaggio di Accula (o Accule), nucleo abitato preesistente alla nascita della città medievale. Le fonti la collocano nel quartiere di San Pietro di Coppito, tra le vie che ancora oggi conservano tracce del tessuto urbano medievale. Il nome “d’Acquili” rimanda alla nobile famiglia aquilana che, secondo la tradizione, ne promosse la costruzione e sostenne la comunità religiosa legata all’ordine di Santa Chiara.

L’edificio, semplice e severo, seguiva lo stile tipico delle chiese mendicanti: navata unica, abside rettangolare e facciata in pietra locale, spoglia di ornamenti. Al suo interno, un piccolo coro monastico e una grata di ferro separavano le monache dal mondo esterno. Di quella struttura oggi restano poche testimonianze materiali, ma gli atti notarili e le pergamene conservate nell’Archivio di Stato dell’Aquila raccontano di un monastero vivo, punto di riferimento spirituale per il borgo circostante.

Originariamente dedicata alla Madonna e conosciuta con diverse denominazioni – Santa Maria de Aquili, Santa Maria ad fontes de Acquilis – la chiesa serviva come parrocchia per gli abitanti del borgo di Acquilio, nell’area del Borgo Rivera.

L’arrivo delle Clarisse e la doppia vocazione

Nel 1256 si compie una svolta decisiva: la chiesa viene concessa alle monache clarisse, appartenenti al secondo ordine francescano fondato da San Francesco e Santa Chiara d’Assisi nel 1212. Sebbene le religiose tardassero a prenderne pieno possesso, l’adozione della regola francescana di Santa Chiara determinò il cambio di dedica dell’edificio, che assunse il nome attuale.

Questo passaggio non cancellò tuttavia la funzione parrocchiale originaria. La chiesa mantenne una duplice vocazione: da un lato monastero di clausura, custodito dalle preghiere silenziose delle clarisse; dall’altro punto di riferimento per la comunità locale, che continuò a utilizzare il secondo altare, rimasto dedicato a Santa Maria. Questa convivenza tra vita contemplativa e servizio pastorale caratterizzò Santa Chiara d’Acquili per oltre cinque secoli.

La vita delle monache: preghiera, lavoro e custodia

Le clarisse aquilane incarnarono i principi cardine della loro regola: altissima povertà, clausura rigorosa, obbedienza e castità. La loro giornata si articolava nella celebrazione dell’ufficio divino, nella preghiera personale e comunitaria, offrendo intercessione costante per l’intera città.

Accanto alla dimensione contemplativa, le monache praticavano il lavoro manuale come espressione della povertà evangelica e forma di sostentamento: ricamo, sartoria, cura dell’orto scandivano le ore, trasformando l’operosità in preghiera. Questo equilibrio tra contemplazione e attività concreta rappresentava l’essenza del carisma clarissano, che riconosceva in Cristo l’unica ricchezza e nell’abbandono alla Provvidenza divina il fondamento dell’esistenza monastica.

Le clarisse furono inoltre custodi di un prezioso patrimonio artistico. All’interno della chiesa si ammiravano affreschi di notevole valore – tra cui una Visitazione dei Magi e una Deposizione, attribuiti da alcuni a Francesco di Montereale – oltre a un Ecce Homo, scultura lignea policroma della prima metà del Cinquecento, successivamente trasferita al Museo Nazionale.

Tra il Quattrocento e il Cinquecento il monastero di Santa Chiara visse la sua stagione più feconda. Gli inventari conservano elenchi di libri miniati, calici d’argento, paramenti e reliquiari, segno di una comunità prospera e rispettata. Dopo il sisma del 1461, le clarisse parteciparono alla ricostruzione contribuendo con parte delle proprie rendite e accogliendo nelle loro celle le consorelle rimaste senza dimora.

Il Rinascimento portò nuovi fermenti. Alcune clarisse aquilane, dotate di cultura e talento artistico, si dedicarono alla copiatura di manoscritti sacri e alla decorazione di codici liturgici oggi dispersi tra archivi e collezioni private. Altre si distinsero nella musica corale, conservando antiche melodie umbre e aquilane.

Terremoti e rinascite

La storia del monastero fu segnata da eventi sismici devastanti. Dopo il sisma del 1461, il terremoto del 2 febbraio 1703, che rase al suolo L’Aquila provocando oltre 6.000 vittime, danneggiò gravemente l’edificio. Le clarisse dimostrarono straordinaria resilienza: restaurarono più volte chiesa e monastero, tanto che nel 1718 il vescovo Domenico Taglialatela attestò una ricostruzione “più che magnifica”, mentre nel 1752 il vescovo Ludovico Sabatini d’Anfora riferì che la struttura era stata completamente rifatta dalle fondamenta. All’interno, le Clarisse custodivano opere d’arte di valore, inclusi affreschi come una Visitazione dei Magi e una Deposizione, oltre a un Ecce Homo, una scultura in legno policromo della prima metà del ‘500, oggi conservata al Museo Nazionale.

Nel 1809, durante l’occupazione francese, l’ordine francescano venne soppresso. I decreti imperiali napoleonici cancellarono tutti gli ordini religiosi ad eccezione del clero secolare, incamerando i beni ecclesiastici e vietando l’uso dell’abito religioso. Il complesso passò al demanio (proprietà statale) e subì un profondo declassamento funzionale. L’antico monastero delle francescane fu convertito in caserma, mentre la chiesa, magnificamente restaurata, fu trasformata in un mattatoio comunale (macello pubblico). Alcune comunità confluirono nel monastero di Santa Chiara di Paganica, che divenne erede della loro tradizione spirituale.

Il patrimonio artistico venne disperso: il coro fu venduto per pochi soldi alla chiesa di Santa Maria di Paganica, il quadro dell’altare maggiore e altri arredi furono trasferiti a San Francesco di Paola, San Biagio e altre chiese aquilane. Settant’anni di oblio seguirono quella profanazione.
Dell’antico complesso restano oggi tracce nei muri inglobati in edifici moderni e nei toponimi che ancora evocano la sua esistenza. Le cronache monastiche ricordano l’ultima badessa, suor Beatrice d’Aquili, che resistette fino alla metà dell’Ottocento, quando il monastero fu definitivamente chiuso.

La svolta giunse nel 1879, quando l’arcivescovo Luigi Filippi riscattò chiesa e monastero dal demanio per 25.000 lire, assegnandoli ai padri cappuccini, che dal 1866 avevano dovuto abbandonare i loro conventi. Un restauro completo restituì dignità al complesso: il convento divenne sede della Curia Provinciale dell’ordine, mentre la chiesa si presentò in una veste completamente moderna all’interno, conservando però la snella facciata antica, elegante e austera, con le sue linee rette, lesene d’angolo e il semplice portale sormontato da finestra rettangolare.

L’Aquila monastica: un tessuto di spiritualità femminile

La presenza clarissana non si limitò a Santa Chiara d’Acquili. All’inizio del Settecento, L’Aquila contava undici monasteri femminili: tra questi, le francescane erano rappresentate oltre che a Santa Chiara d’Acquili, anche dal Monastero della Beata Antonia, fondato nel 1447 da Giovanni da Capestrano e dalla fiorentina Antonia, vedova e terziaria francescana.

Antonia da Firenze fondò il Monastero dell’Eucaristia (o del Corpus Domini) adottando la regola prima di Santa Chiara, attirando numerose vocazioni tra le giovani aquilane. Dopo la sua morte nel 1472, il suo corpo incorrotto divenne oggetto di venerazione. Oggi, dopo il terremoto del 2009, le clarisse della Beata Antonia risiedono nel monastero di Santa Chiara a Paganica, mantenendo vivo il carisma francescano femminile.

Un’eredità che attraversa i secoli

Oggi il nome di Santa Chiara d’Acquili sopravvive nelle carte e nelle memorie orali tramandate dalle famiglie aquilane. L’interesse crescente per la L’Aquila monastica ha riportato alla luce frammenti di quella storia: pergamene, sigilli, resti architettonici e leggende popolari che parlano di un pozzo miracoloso nel chiostro e di una campana che suonava da sola nei giorni di festa.

Ogni frammento ricostruito è un tassello della storia più ampia della città, dove il monachesimo femminile non fu un semplice rifugio, ma un motore spirituale e sociale. Le clarisse di Santa Chiara d’Acquili hanno custodito, nei secoli, il silenzio come forma di resistenza: una voce interiore che ancora oggi risuona tra le pietre restaurate e le vie del centro antico.