L’AQUILA – Le aree interne della provincia più estesa d’Abruzzo, che da sole coprono metà del territorio regionale, tornano al centro del dibattito. La CGIL provinciale, guidata dal segretario generale Francesco Marrelli, lancia un appello chiaro: invertire la rotta su spopolamento, desertificazione e carenza di servizi, puntando su una nuova stagione di partecipazione e investimenti.
I dati fotografano un quadro complesso. Nel 2024 sono stati 14 i comuni senza nuove nascite, pari al 13% del totale provinciale. Gli over 65 rappresentano il 26,8% della popolazione, due punti sopra la media nazionale, mentre gli under 15 si fermano al 12%. Nei primi cinque mesi del 2025 il saldo naturale è sceso a -862, compensato soltanto dal saldo migratorio estero (+834).
Numeri che raccontano un territorio segnato da fragilità, ma anche da potenzialità inespresse.
Per Marrelli, il modello basato sul solo turismo non è sufficiente a sostituire l’economia rurale che per secoli ha sorretto queste comunità. Agricoltura, pastorizia e gestione del territorio montano rischiano di soccombere alla grande distribuzione e alle logiche di mercato globali.
«Le nostre comunità – spiega – non chiedono assistenzialismo, ma strumenti per autodeterminarsi. Senza una fiscalità di vantaggio, senza scuole di montagna, sanità di prossimità e mobilità adeguata, non si può immaginare futuro».
Secondo il documento CGIL, la mancanza di servizi essenziali e di collegamenti efficienti aggrava l’isolamento. Molti lavoratori non riescono a raggiungere il posto di lavoro per carenza di trasporto pubblico. La soluzione, sostiene il sindacato, va cercata in infrastrutture materiali e digitali, sanità territoriale e politiche scolastiche mirate.
Investire nelle aree interne – ribadisce Marrelli – non è un costo, ma un moltiplicatore di ricchezza.
Nonostante le difficoltà, i segnali di resistenza non mancano: piccoli comuni che rigenerano spazi, imprenditori che riscoprono colture dimenticate, cooperative di comunità ed esperienze di energia condivisa.
Per la CGIL, la sfida è trasformare questi germogli in un vero modello di sviluppo, con il supporto delle istituzioni e di una programmazione meno burocratica e più inclusiva.
Le donne e gli uomini che continuano a vivere nelle zone più marginali della provincia sono definiti dall’organizzazione «ultimo presidio umano di prevenzione e cura del territorio». Un ruolo fondamentale, spesso lasciato senza adeguato sostegno.
«Abbiamo un debito verso queste comunità – conclude Marrelli –. Solo una comunità d’intenti, fatta di persone, istituzioni, politica e associazioni, può restituire futuro alle aree interne».









