L’AQUILA – Secondo alcune teorie fisiche – ma è quasi scienza di confine – potrebbero esistere infiniti universi paralleli. In alcuni siamo più fortunati, in altri meno. A noi non poteva andarci sempre bene, e così ci è toccato quello con la pensilona di Piazza Duomo, rimasta a lungo sospesa tra rovina e installazione concettuale. Ora, almeno, abbiamo la certezza che non sarà più metafisica: riaffidati i lavori per completarla, promette di tornare a essere ciò che avrebbe dovuto fin dall’inizio, un semplice riparo funzionale (e antiatomico).
Nel suo stato metafisico, la pensilona ci ha dato comunque l’occasione di riflettere. Il dossier che ha fatto vincere alla città il titolo di Capitale italiana della cultura 2026, L’Aquila Città Multiverso, elenca i suoi cinque multi: multiculturalità, multidisciplinarietà, multinaturalità, multitemporalità e multiriproducibilità. Cinque chiavi per leggere la città e aprirsi a contaminazioni, intrecci e nuove visioni grazie ai progetti presentati, e finanziati dal ministero, a cui se ne aggiungeranno altri da fondi diversi. A quei cinque multi, però, la pensilona ci ricorda che se ne aggiunge inevitabilmente un sesto: la multiricostruzione.
È la dimensione che conosciamo meglio, che scandisce da sedici anni la vita quotidiana: un cantiere che parte, un altro che si ferma, uno che riprende dopo mesi di attesa. Non fai in tempo a festeggiare – o a polemizzare, spesso a seconda delle casacche – per una piazzetta finalmente inaugurata, che il giorno dopo diventa inaccessibile per i sottoservizi. È la logica della stratificazione infinita: una facciata rinasce, il marciapiede davanti si chiude; una strada si apre, l’altra viene transennata.
Meglio del protagonista di Fringe, noi aquilani abbiamo sviluppato la capacità di viaggiare tra più mondi contemporaneamente: quello improvvisamente spazzato via, quello pronto a metà, quello ancora in attesa e quello che verrà. Ora siamo a pochi mesi dall’anno da Capitale nel quale, speriamo, si riuscirà ad aggiustare un altro po’ del nostro mondo.
È una corsa contro il tempo. Sappiamo che il Teatro si farà attendere fino alla fine del 2026, che il Duomo spera di farcela, che il Castello avrebbe dovuto restituire un’altra porzione entro il 2025 ma ancora non se ne sa nulla. La chiesa di San Marco guarda già al 2027, mentre Palazzo Carli, di proprietà dell’Università, viaggia per universi lontani portandosi dietro due rioni storici come San Pietro e San Domenico.
A volte basta attraversare la strada per ritrovarsi in un’altra dimensione, con scenari simili ma non identici: da un lato i tavolini all’aperto, dall’altro le transenne, qui la città vissuta, lì quella che ancora attende.
Nonostante tutto, L’Aquila è viva. Ci sono giorni in cui sembra quasi normale. Anzi, più che normale: sorprendente, lo si è percepito definitivamente nella serata “sonante” della Perdonanza. Certamente diversa dal passato, ma in senso per lo più positivo. Una città che ha imparato a reinventarsi, a convivere con i cantieri senza smettere di vivere.
La speranza, però, è arrivare al 2026 con qualche certezza in più. La curiosità è tanta per rivedere almeno il Teatro comunale riaperto, il Duomo restituito alla sua piazza, le mura urbiche, il Castello di nuovo abitato dal Munda oltre che dal caro Mammut. Non tutto sarà compiuto, questo lo sappiamo. Ma nel multiverso dei mondi possibili, l’auspicio è che il 2026 diventi anche uno stimolo per accelerare la ricostruzione pubblica.









