Oggi proviamo a sviluppare una riflessione su alcuni aspetti presenti in maniera stabile nella nostra vita ormai da diversi anni e su come incidono sulla percezione della realtà. Il web, la connessione, i social, l’intelligenza artificiale, le relazioni virtuali che diventano succedanee spesso ai rapporti interpersonali. Elementi e caratteristiche che sono in pianta stabile nel nostro vivere quotidiano e che nelle situazioni più estreme, possono assumere contorni inquietanti e pericolosi. Tuttavia possiamo affermare che la nostra vita corre sul web, ha assunto una connotazione necessaria nel nostro lavoro, nell’amicizia ed addirittura nei rapporti sentimentali. E’ come se il web si fosse trasformato in un vero e proprio ambiente biologico e psichico all’interno del quale le persone nascono, soffrono, si difendono e strutturano la propria identità. Vi sarà certamente capitato di ammirare foto, profili, immagini perfettamente confezionate dall’intelligenza artificiale, alla ricerca di un’immagine consona alle esigenze di una società che ci vuole tutti impeccabili. Tutto finalizzato ad un’approvazione, ad un like, ad un assenso che è basato paradossalmente su un’immagine palesemente artefatta. In questo gioco al rialzo della perfezione tecnologica, in questo mondo iperconnesso con tutto e tutti, in quest’insieme di relazioni virtuali ed amicizie numerose, spesso si nasconde una solitudine profonda. Personalmente sono convinto che la tecnologia non sia assolutamente il male assoluto ma quali sono le controindicazioni? Siamo di fronte ad una deriva ormai inevitabile oppure esistono margini di “contenimento”? L’amico e psicologo Adriano Garcia grazie alla sua esperienza professionale, offre alcuni utili spunti per comprendere meglio una situazione davvero complessa e che invade tanti ambiti, spesso di difficile lettura.
Adriano perché si tende spesso ad una immedesimazione della rete?
Il nucleo del malessere contemporaneo legato al web risiede nella manipolazione dello specchio. Se nel rispecchiamento primario il bambino costruisce il proprio Sé attraverso lo sguardo e il ritorno emotivo del genitore, oggi l’adolescente (ma sempre più spesso anche l’adulto) cerca quel rispecchiamento nei flussi dei social media. Il problema fondamentale è che lo specchio della rete è strutturalmente deformato dalle logiche di coinvolgimento delle piattaforme. Esso non restituisce la complessità dell’essere umano, ma mostra esclusivamente frammenti iper-curati, successi artificiali, performance costanti e corpi standardizzati. Questa continua esposizione genera una discrepanza dolorosa tra l’Io reale – fatto di noia, imperfezioni e tempi morti necessari all’elaborazione del pensiero – e un Io ideale tanto perfetto quanto irraggiungibile. La conseguenza che osservo nel mio studio all’Aquila non è solo un senso diffuso di inadeguatezza, ma una forma di anestesia emotiva. Pur di non sentire il peso del vuoto e del confronto, ci si rifugia nel doomscrolling ossia lo scorrimento compulsivo di contenuti. Questo comportamento satura i recettori della dopamina e spegne la capacità di sognare a occhi aperti, che è il motore principale della creatività, dell’auto-riflessione e della riparazione traumatica.
Attacchi di ansia e di panico legati allo stimolo digitale, quali sono i meccanismi?
Un altro aspetto che come psicologi non possiamo ignorare è la progressiva de-somaticizzazione dell’esperienza. Lo schermo richiede l’uso della vista e del tatto superficiale, ma esclude la tridimensionalità del corpo. Vediamo emergere nuove forme di ansia e attacchi di panico che si manifestano paradossalmente quando lo stimolo digitale si interrompe. Nel silenzio improvviso della stanza, il ritorno forzato alla percezione del proprio corpo, del respiro e del battito cardiaco viene vissuto come una minaccia, un vuoto intollerabile che la mente non è più abituata a nominare e contenere. Fenomeni come la FOMO (la paura di essere esclusi) o l’ansia da disconnessione non sono semplici vizi moderni o problemi di gestione del tempo, ma tentativi disperati di difendersi dall’angoscia di separazione e dall’incontro profondo con se stessi.
Da professionista, qual è l’approccio corretto dal punto di vista clinico?
Il mio compito, nella pratica clinica all’interno del mio studio e nella divulgazione, non è quello di assumere una posizione tecnofobica o moralistica. Un atteggiamento di chiusura finirebbe solo per allontanare le persone, facendole sentire non comprese o giudicate. Dobbiamo invece imparare a fare spazio al digitale nel setting terapeutico. Significa validare la sofferenza nata online, esplorare il significato profondo dei linguaggi digitali che i pazienti utilizzano per spiegarci come stanno, e decodificare il loro isolamento. L’obiettivo del percorso di sostegno psicologico che offro all’Aquila diventa, in buona sostanza, quello di aiutare l’individuo a ritrovare una “presenza incarnata”. Dobbiamo rieducare la mente a tollerare la frustrazione dell’attesa, a riscoprire il valore terapeutico della noia come spazio generativo e a ricostruire ponti relazionali reali, radicati nel mondo in cui viviamo. Solo così l’altro può essere guardato nuovamente negli occhi, accettando la meravigliosa vulnerabilità di uno sguardo che non può essere modificato da nessun filtro.









