Un articolo di Giustino Parisse, oggi in edicola sul Centro, ripropone la tematica del rilancio della città.
La questione L’Aquila “Vendesi e affittasi” pone interrogativi inquietanti. Non solo perché la città, in mancanza di alternative, nel suo futuro vede come principale obiettivo il “vivere di rendita”, quanto per una domanda che nessuno sembra ancora porsi: ma chi affitterà o comprerà le belle case rifatte a spese dello Stato? Nella seconda metà del secolo scorso l’economia aquilana (stiamo parlando degli ultimi 50 anni circa) è stata fondata su poche cose. Semplificando al massimo: vagonate di pensioni, burocrazia (uffici pubblici), industria di Stato o parastato (che ha dato lavoro fino a 5.000 persone), terziario (negozi che a lungo hanno sfruttato il monte stipendi dell’industria di cui sopra), cultura (con molte eccellenze che nel tempo non sono riuscite a restare con i conti in equilibrio e che anche oggi fanno fatica a reggersi), tessuto di microimprese sempre in bilico, sedi di grandi gruppi (farmaceutici soprattutto) sempre pronti a mollare se dovesse cambiare il vento (tanto che per farle restare, dopo il sisma è stato deciso che una bella fetta dei soldi per il rilancio produttivo – una quarantina di milioni – fosse dirottata proprio al settore farmaceutico).
I COLOSSI “AFFONDABILI”. Per un periodo l’impresa di costruzioni Irti sembrava un colosso inaffondabile. Si è visto come è andata. In tempi più recenti anche il colosso Edimo sembrava marciare senza paura. La cronaca del 2015 ci ha raccontato un’altra storia. Se si fanno due conti si scopre che l’economia aquilana ha galleggiato sui soldi degli altri (dello Stato soprattutto). E questa è stata ed è la sua grande debolezza (l’alta tecnologia di cui tanto si parla si nutre anch’essa in gran parte di fondi pubblici: Gssi e Infn).
GLI STUDENTI. Negli ultimi venti anni era entrata in gioco un’altra variabile: gli studenti universitari fuori sede con gli affitti pagati da papà e mamma. Un fenomeno diffuso, per gran parte in nero, e in abitazioni per lo più ai limiti della fatiscenza. Il terremoto del 2009 ha scoperchiato il pentolone: 55 ragazzi e ragazze rimasti sotto le macerie e altre decine feriti. Non ci si è mai interrogati fino in fondo sul perché di quelle morti. Si è parlato molto della Casa dello Studente ma meno di tante altre abitazioni (in città) che si sono rivelate delle trappole. Nessuno, a partire dalle autorità politiche locali ha chiesto scusa – e qui non c’entrano le responsabilità penali – a quei ragazzi e ai loro parenti. La città li aveva sfruttati fino alla fine e poi se ne è semplicemente dimenticata. Se qualcosa in futuro resterà del terremoto aquilano è il marchio di infamia che quest’angolo d’Abruzzo si porterà addosso per sempre. Una vergogna infinita a cui si potrebbe ancora mettere riparo con gesti semplici e significativi, ma ormai all’Aquila quando si parla delle vittime del sisma alla gran parte delle persone viene l’orticaria. Per affittare le case nuove, o venderle, bisognerebbe convincere i giovani della città a restare, gli studenti universitari a tornare, e inventarsi attrattori per chi qui potrebbe trovare lavoro. Ma come si crea lavoro? In una città fondata sul parastato si continua a perseverare con il parastato.
I FONDI PUBBLICI. Per cui tutte le speranze sono concentrate su: 300 milioni dallo Stato per la ripresa produttiva, venti milioni circa _ dallo Stato _ da dare a una società per rottamare computer e cianfrusaglie tecnologiche, altri milioni _ dallo Stato _ al Centro turistico per risanarlo e poi venderlo. Poi ancora contributi _ dallo Stato _ più o meno a pioggia per un fantasmagorico turismo di nicchia nei comuni del Cratere, contributi su cui i valorosi sindaci dei borghi “minori” si azzuffano da tempo: tutti ne vogliono un pezzetto per il proprio focolare elettorale e nessuno guarda alla complessità.
LA CLASSE DIRIGENTE. E qui entra in gioco anche la “immutabilità” della classe dirigente. Fate mente locale: nei posti di “comando” della città e dei paesi del circondario, ci sono più o meno le stesse persone (o i lori epigoni) da trenta anni a questa parte. E non solo nella politica, anche nelle organizzazioni sindacali, nelle associazioni di categoria, nel mondo del credito, nei vertici delle aziende comunali, nei mille rivoli di una burocrazia che non si vede ma pesa, e tanto. La traduzione vera di “Immota Manet” è: la poltrona non si molla. Nemmeno se è quella da presidente della bocciofila. A questo si aggiunge un altro elemento.
GLI ALLOGGI. Nel post sisma con i piani Case e i map la disponibilità di alloggi nel capoluogo e circondario è quasi raddoppiata. Presto (3 o 4 anni) avremo la città dei ricchi (pochi) nei loro sontuosi palazzi e quella dei meno ricchi nelle casette rifatte alla meglio, cosa che finirà per creare anche plasticamente l’immagine che già si vede nelle aree metropolitane: luoghi sfavillanti da un lato e miseri ghetti dall’altro. Questo accadrà soprattutto se non si troverà un’idea su come manutenere e gestire Case e map e dare un senso al “nuovo” nato dopo il 2009, “nuovo” che è stato il vero piano regolatore “imposto” agli aquilani e che ha ri-disegnato la città. Ma le idee come al solito scarseggiano e ogni giorno che passa spuntano problemi sempre più complessi: i piani Case fra balconi cadenti, sequestri da parte della magistratura, tetti colabrodo, materiali che si sbriciolano, scarsa manutenzione, menefreghismo di molti (basta chiedere agli uffici comunali come vengono trovati gli alloggi quando vengono lasciati dagli inquilini della prima ora), sono destinati a perire dopo una lunga agonia. A volte per curiosità e per verificare lo stato dei luoghi faccio un giro in alcuni piani Case. Alla desolazione e al silenzio quasi spettrale si aggiunge un senso di abbandono – e a volte di degrado– che è tutt’altro che l’ordinata periferia di una città di provincia. Già oggi tanti alloggi sono vuoti (il Comune rende noto col contagocce i numeri dell’assistenza alla popolazione), ci sono problemi enormi anche per cambiare una lampadina, la cura delle aree verdi o è affidata alla buona volontà di qualche residente o non si fa proprio. E, nello sfacelo che si allarga a macchia d’olio, la chicca finale. Per il Comune dell’Aquila la gestione di piano Case e map è un salasso che peserà per decenni. Persino se si decidesse di abbattere tutti gli edifici ci sarebbero costi enormi, maggiori persino dei 700 e passa milioni di euro spesi per costruirli. (2/continua)

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