6 aprile. La «vita» della memoria si fonda su «Ospedale», «Ateneo» e «Av»

di Redazione | 04 Aprile 2022 @ 06:00 | ANNIVERSARIO
6 aprile sisma
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“(…) la notte se n’è andata/e su la mattina, ecco quei volti/d’Angelo sorridere,/che io ho da tempo amati/e talvolta perduti, ma solo per poco;/e poi finalmente riconquistati”.

adatt. dal card. John Henry Newmann (1839)

Sciagure: rimuoverne subito la memoria o elaborarne la dolorosa eredità? disconnettersi o interrogarsi [1] sul tragico vissuto? ancorare il passato al passato o promuoverlo in prospettiva? Un po’ così il dilemma di ogni VI Aprile, quando la  suggestione della “terribile notte aquilana” si impone comunque e dovunque, obbligando ad “interpellare” l’evento, meglio la sua rievocazione. Quel che ne fa “ricorrenza” (sull’ascissa che sale da “rito” a “simbolo” [2]) da condividere tramite la scansione della rivisitazione pubblica, per permettere l’ “accasamento” [3] tra tutti i partecipanti alla commemorazione. Nel rispetto di una sorta di galateo di comunità.

Provo, nel caso, a rintracciare questa “tavolozza deontologica [4] della convivialità” nel tripartito appello operativo a: a)permesso”  – intanto, epistemico; ma anche spirituale –   a penetrare il “mistero”, irrelato in accadimento ed effetti; b)scusa”  – più che  giustificazione, rimedio  –  in ogni distrazione, all’origine di sfortunati slittamenti; c) grazie” per il sostegno; per la forza d’animo, ancor prima che per la consapevolezza di premesse e conseguenze enucleabili da impieghi e relazioni. Anche se una formalistica procedimentalità può obnubilare lo sguardo aletico sulla portata condivisa della ricorrenza. Da considerare perciò non più simbolo, ma disegno; dunque, non più ritualità  – ripeto: ritualità; non ho scritto: rito (convergente interiorizzazione) –  quanto socialità  – insisto: socialità; non ho indicato: interazione (scambio concertato) -. Per riuscire, converrebbe sfruttare le opportunità dell’indicata “tavolozza deontologica della convivialità”: a) il “permesso” concreto della competenza; b) le “scuse” funzionali della riflessione e c) il “grazie” diffuso dell’operatività.

Perché è nel disegno [5]  – pur nell’ingenua produzione grafica infantile –  che si ricorre a spontaneità e, contemporaneamente, imitazione; copia insieme ad originalità; deja-vu, associato a prospettiva. Osservo, perciò, che, se dal “rito” ci si sposta nel “canone”, dalla “cerimonia” si arriva alla “consuetudine”; alla regola. Ci si allontana perciò dall’impressione suggestiva, per avvicinarsi alla constatazione obbiettiva. Posso riconoscere in tal modo il “dopo” che segue al “prima”, non come mero “calco”, ma per successione trasformativa: senza ripetitività, ma con propositività. E’ il caso allora di riannodare gli elementi di continuità. Tutti, per associarli al disegno dell’originalità, ricorrendo all’integrazione temporale tra continuing bond (secondo l’accezione psicoterapeutica di “attaccamento”) e variante cognitiva dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, capace di sfruttare la visione, per accompagnare la riabilitazione psicoterapeutica da stress post-traumatico). Diventa possibile, pertanto, fissare uno sguardo apotropaico sulla rete della complessità prima-dopo, con focus sulla denotazione “vita”, in quanto sintesi all’occorrenza tra carattere della tradizione (commemorazione) e marcatori delle prospettive (destino).

Il richiamo è, ad esempio, a salute; cultura; infrastrutture di servizio quali tratti (senza fratture longitudinali) di “vita” nel “prima” e nel “dopo”. Il riferimento è: all’ospedale come spazio logistico e anche metaforico della “cura” (ricerca e applicazione sull’asse del ben-essere; della qualità di vita), epifenomeno, questa, del “prima” e del “dopo” pur nella dialettica del ciclo di vita). Poi,  una notazione all’Università [6] (come strumento di permanenze esistenziali e di slanci ideali, nel segno della “vita-lità” dell’universo cultura). Infine, lo sguardo all’AV (come sopravvivenza dei territori centroappenninici nella proiezione vitale verso gli assi della grande comunicazione [7]). Si tratta  – ribadisco –  di trasformare l’impressione suggestiva in constatazione obbiettiva, ho anticipato poco avanti. Quel che permetterà di fondare, nella rivisitazione del verosimile, la proposta dello slancio. Dinamica, che potrebbe perfino dar scandalo nell’eventualità di una valutazione, in eventuale analogia (in ordine alla forma), alla dibattuta [8] ribellione del Profeta [9] contro il suo Signore, comunque salvatore [10]. Perché più che alla constatazione la “vita” chiama alla sfida

Tra il “silenzio” terrificante della “cenosi” e della “passione” e la tremula ”ascesi”  all’anelata alba della riscoperta si staglia l’urgenza, non più di una riconsiderazione etica della “vita” della memoria, ma di un’estetica dell’esecuzione. Tutta, fondata sull’appassionata concentrazione dell’azione umana sul destino del territorio, della “vita” (quale sintesi di coscienza e volontà; perciò, “estetica” ossia come armonia dello studio versus le antilogie del contrasto senza sbocco e financo in opposizione alla plasticità solo energetista).

E’ per queste valutazioni che «gli ordini e i valori vengono inscritti nel corpo della comunità, interiorizzati lungo assi di risonanza verticale (verso il celeste, la temporalità, l’infinito): orizzontale (all’interno del corpo sociale) e diagonale (in rapporto alle cose)»[11]. Tanto che quel che siamo; ciò che vogliamo è determinato nel presente dall’aspirazione a gestirsi nel buio, per individuare  – comunque e dovunque –  sorgenti di luce [12].

***

Note

[1]Precisamente, download, nel senso apofatico di “togliere, spostando” e poi subito “restituire, caricando”: quasi hegeliano Aufhebung, che nella negatività dialettica tra “eliminare” e “ricollocare” concluda affermativamente la contraddittorietà dell’operazione in effettuale ”superamento” delle citate polarità.

[2] Secondo l’originaria derivazione da σύμβολον (symbolon) ovvero tessera hospitalis: surrogato del moderno ticket. Permetteva di riconoscere subito tra i partecipanti alla cerimonia chi stringeva tra le mani  un coccio della tavoletta d’argilla, spezzata dal coordinatore dell’appuntamento. Era così suddivisa tra i convenuti, amichevolmente ammessi  – con il frammento in laterizio, appunto –  al rito simbolico.

[3] Einhausung, che, secondo l’hegeliana Fenomenologia dello Spirito, consente di traferire sul piano dell’“idealità” collettiva il senso della partecipazione di ciascun possessore della virtuale tessera hospitalis (cfr. precedente nota 2).

[4] Da papa Francesco nell’Angelus di s. Stefano del 2013 l’invito ad uniformarsi in famiglia   – e non solo in questo ambiente –  alla deontologia del codice “permesso”; “scusa”; “grazie”.

[5] cfr., ad esempio: Roberto CASATI, La scoperta dell’ombra, Roma-Bari, Laterza 2018; Franz CIŽEK, Opere, tr. It., Milano, SEI 1973; Neil COHN, Scritti di Narrativa Visuale, tr. It., Milano, Mondadori 2013.  

[6] Alla vigilia dei 70 anni dalla fondazione, l’ateneo è sintesi più alta di cultura in loco (cfr. Alessandro CLEMENTI, L’università dell’Aquila. Dal placet di Ferrante I d’Aragona alla statizzazione: 1458-1982, Roma-Bari, Laterza 1992).  

[7] Intendo esplicitamente riferirmi non al dibattito sui programmi definiti, ma all’’opzione piceno-teramano-aquilano-sabino-romana)

[8] Ad es., cfr. Francesco LAMENDOLA, La fuga di Giona, parabola dell’uomo moderno, Firenze, Arianna 2017. 

[9] Cfr. GIONA, IV, 9-10 – «Il Signore disse a Giona: “Credi di aver ragione ad irritarti (a causa della provocazione, che il Signore avrebbe in precedenza perpetrata in calcolato danno del profeta — NdR)?”. E Giona rispose: “Certamente. Sono così tanto irritato da sentirmi morire”».

[10] «Quaerens me, sedisti lassus,/redimisti Crucem passus:/tantus labor non sit cassus» (TOMMASO da Celano, Dies Irae), che, nella versione del poeta Emilio VILLA, scomparso nel 2003, riporta in una cartella di xilografie di Remo Brindisi, curata dal dr. Nando Taccone, recentemente scomparso: «Mi cercasti un dì fino a disperazione. Poi, in Croce, hai rivelato la tua straziante Passione: E ora fa’ che tanto dolore non vada in confusione». Proprio nel solco della tragica notte aquilana e nella simbologia, che rintraccio, nella rituale commemorazione. 

[11] Byung CHUL HAN, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Milano, Nottetempo 2016, pag. 22.

[12] Adatt. da: Roberto PAURA, Sperare o aspirare? sta in: “tròpos” (rivista di ermeneutica), anno XIII, n.ro 3/2020, pag. 176.


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