6 aprile, la lettera: “Arriverò anch’io, con tutti gli altri, e cammineremo insieme”

di Redazione | 06 Aprile 2022 @ 06:07 | ANNIVERSARIO
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L’AQUILA – Riceviamo, da una giovane ragazza dell’Aquila, C.D.C., una lettera sull’anniversario del sisma che ci fa piacere pubblicare: “Sono anni che provo a scrivere ciò che provo in questo giorno. Le giornate che precedono il 6 aprile sono sempre difficili da vivere e da razionalizzare. Spesso mi sono chiesta il perché. D’altronde – mi sono sempre detta – il malessere per ciò che ho vissuto e la malinconia per ciò che non vivrò più saranno con me a prescindere, non solo in questa settimana.

Eppure.

Sono sull’A24, esco dall’ultima galleria prima del casello di L’Aquila ovest e so di essere arrivata. La città si mostra davanti a me. Questa vista non è mai cambiata, neanche nel 2009. Da lontano, complice la velocità del passaggio in autostrada e la poca attenzione che si può riservare ad una visuale sfuggente mentre si guida, sembrava quasi tutto normale. Poi bastava proseguire di qualche chilometro, avvicinarsi, fare la curva a valle dell’Aterno e rendersi conto che di normale non c’era più niente. 

Oggi la ricostruzione – finalmente – avanza e vivendo fuori città me ne accorgo in modo ancora più evidente. Mi capita spesso di tornare a casa e di realizzare improvvisamente, durante le mie passeggiate distratte, la presenza di un palazzo senza impalcature che è stato riconsegnato, di un altro che è stato abbattuto, di una via riaperta, di qualcosa di nuovo.

In questi anni ognuno di noi ha provato a ricostruire sé stesso – “solo” sé stesso, se è stato fortunato – impiegando molta più pazienza e incontrando maggiori difficoltà rispetto alla mera ricostruzione materiale.

Le macerie più grandi, nonché le più difficili da gestire, sono, però, quelle che mi porto dentro. Sono macigni e allo stesso tempo pezzi della mia vita che non riesco e non voglio smaltire. 

Per anni ho trattato me stessa come un palazzo del centro storico. Avevo delle crepe profonde ed evidenti, pezzi di me erano caduti a terra, era necessario puntellarmi tutta intorno per tenermi in piedi con la consapevolezza che la spesa sarebbe stata probabilmente inutile vista la necessità di abbattere per ricostruire. 

Così ho vissuto per anni, puntellata nell’animo per consentire al mio corpo di continuare la sua vita: ha avuto la sua quotidianità nella nuova città in cui ha abitato, è andato avanti, si è laureato, ha iniziato a lavorare ed è diventato adulto. Il mio animo, invece, è rimasto bloccato dai puntelli che lo sorreggevano senza lasciare possibilità di movimento e di espressione. Quando uno dei puntelli cadeva o si spostava, l’effetto era devastante. Come una scossa, oserei dire. Tutto andava fuori posto ed anche il corpo ne risentiva. Poi arrivava qualcuno da fuori che con pazienza e con amore rimetteva il puntello al suo posto e magari ne aggiungeva un altro, per sicurezza. 

In questi anni il mio corpo non ha mai partecipato ad una protesta, ad una fiaccolata durante la notte tra il 5 e il 6 aprile, ad una passeggiata nella zona rossa per riappropriarsi dei suoi luoghi. I puntelli non erano così stabili da permetterlo. Nonostante l’animo fosse sempre lì, il corpo non ha mai potuto vivere materialmente il dolore, la rabbia o il conforto dell’abbraccio di una comunità che si stringe intorno all’anniversario di una morte. 

Probabilmente non sono ancora pronta, anche se sono passati 13 anni, anche se l’anno scorso io e la mia famiglia siamo tornati a casa, quella vera, anche se sono tornata a percorrere le strade in cui sono cresciuta, anche se, anche se.

Quello che ho capito, però, è che nonostante tutto va bene così. Perché so di non essere sola. Perché tanti, come me, vivranno questa contraddizione interna, perché il “paese” di cui parla Pavese è proprio questo. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. 

Aspettateci allora, me e chiunque altro abbia ancora la necessità di un sostegno per continuare a portare a spasso il proprio corpo. Arriverò anch’io, con tutti gli altri, e cammineremo insieme.”


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