40 anni con Vittorio Sconci: Basaglia, Collemaggio e la grande risposta dell’Aquila

di Alessio Ludovici | 27 Agosto 2020 @ 06:33 | CULTURA
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L’AQUILA – Quarant’anni fa, per la precisione il 29 agosto, scompariva Franco Basaglia, il padre spirituale della legge 180, un’eredità difficile, ma che anni quegli anni!. A L’Aquila Blog ce li racconta Vittorio Sconci: “durante la Perdonanza, ad esempio, le famiglie aquilane ospitavano i pazienti” di Collemaggio. Con il noto psichiatra aquilano, negli anni ’70 giovane basagliano presso l’ospedale psichiatrico di Collemaggio, ripercorriamo il percorso di quella legge e la complessa gestione della chiusura della struttura e dell’organizzazione dei nuovi servizi sul territorio, di cui lo stesso Sconci fu grande protagonista negli anni ’80 e ’90.

“All’Aquila, già con l’ospedale, si erano compiuti dei primi passi – ricorda Sconci – con un orientamento culturale diverso, ma l’approvazione della legge Basaglia, chiaramente, fu un momento di svolta. Per noi fu la realizzazione di un sogno”.

“Fu anche un momento durissimo – ricorda Sconci –, di grandi conflitti e tensioni tra noi psichiatri: c’erano due fazioni, quelli favorevoli alla legge e quelli contrari. Dopo la legge, improvvisamente, quelli contrari cominciarono a favorire l’uscita selvaggia di tanti pazienti”, un modo come un altro di sabotarne il percorso e che creò anche tanti casi di abbandono. Ma il processo iniziato da quel movimento guidato da Basaglia andò avanti, all’Aquila come altrove.

“Pensammo due fasi all’Aquila. Nella prima decidemmo da una parte di fare delle piccole comunità all’interno dell’ospedale, attivando dei percorsi di umanizzazione della struttura e permettendo alla stampa di entrare quando voleva, nella massima trasparenza e senza alcuna autorizzazione o permesso”. “Volevamo mettere finalmente al centro la vita, la persona, non solo la malattia, e quando i pazienti avevano raggiunto un certo equilibrio li facevamo uscire. Questa era la seconda fase”.

Qui Sconci diventa sereno, contento come fosse successo ieri, “il rapporto con la città fu splendido” ricorda. “Il momento più bello è stato quando cominciammo ad uscire, ad invadere con i pazienti cinema, partite, portici, ristoranti, bar, la città era tutta favorevole e anche la stampa, persino il Tempo che a livello nazionale, invece, era contrario alla legge 180. L’Aquila rispose benissimo”.
Il legame con la città si è solidificato nel tempo. Dopo le prime esperienze delle comunità all’interno dell’ospedale di Collemaggio, una ventina in tutto, cominciarono ad aprire le prime case famiglia. “Un’altra rivoluzione. Optammo per i condomini e anche in quel caso mai un rifiuto e mai un problema dalla città”. E ancora in quegli anni arriva un evento importantissimo, “Quattro mura di felicità”, con più di 500 pazienti arrivati da tutta Italia che invasero gli alberghi aquilani, i ristoranti, il teatro comunale: “mai un rifiuto anche in quel caso”, ricorda Sconci.
La territorializzazione era l’altra gamba della riforma di Basaglia, insieme alla chiusura dei ‘manicomi’, ma il percorso di territorializzazione del sistema di cure, di umanizzazione e integrazione, non fu né facile, né esente da problemi, “uno di questi fu proprio l’abbandono”. All’Aquila si è fatto molto, “le cose – per Sconci – sono andate bene qui, meno altrove” ma ammonisce, “non c’è nulla di scontato nel nostro percorso, esistono ancora i manicomi ed esistono ancora troppe strutture che vi assomigliano troppo. Il fallimento della 180 è tutto qui”. Sulle cause lo psichiatra aquilano fa un’analisi lucida, “un eccesso di territorializzazione, oggi poi, con i soldi per l’emergenza, si rischia un proliferare di strutture burocratiche che non hanno nessun rapporto con l’ospedale, sono molto preoccupato”. L’altra causa affonda le sue radici proprio in quegli anni di contestazione, un humus che ha finito per favorire una certa cultura di “negazione della malattia mentale”. “La 180 maturò nel contesto degli anni ’60 e ’70, nell’alveo di una generale messa in discussione di una società eccessivamente gerarchica e autoritaria. La presenza tra i pazienti dei manicomi di una maggioranza di persone espressioni dei ceti sociali più bassi aiutò le ragioni del nostro movimento”, ma alla lunga ha creato qualche contraddizione: “Oggi – spiega Sconci -, c’è una certa tendenza alla negazione della malattia mentale, ma questa va curata, del resto uno dei motivi del fallimento degli ospedali psichiatrici fu proprio questo, la reticenza a curare i malati, a cominciare ad usare le terapie farmacologiche che pure andavano diffondendosi, il restare ancorati a quella cultura novecentesca, pure lungimirante per l’epoca, che pensava bastasse isolare i malati dal caos per curarli. Paradossalmente nella negazione odierna si ripercorrono gli stessi errori, ma un malato è tale, indipendentemente dalla propria condizione sociale”.
Chiedo, infine, cosa ne pensa di Collemaggio, dove giacciono ancora abbandonati gli archivi dell’epoca, del resto la chiusura fu progressiva e terminò negli anni ’90, e qui Sconci si incupisce. Mi legge uno stralcio di un giornale, 13 dicembre 1988. E’ la cronaca della presentazione di un progetto di trasformazione del vecchio manicomio, alla presenza del sindaco del Vescovo e delle altre autorità dell’epoca. Il progetto prevedeva percorsi di formazione professionalizzante per i pazienti, orti biologici e tanto altro, roba d’avanguardia persino ora, figuriamoci allora ma del resto l’esperienza aquilana era d’esempio per molti in Italia. C’erano anche i soldi, otto miliardi delle vecchie lire disponibili e poi finiti altrove per motivi elettorali, sono passati trentadue anni..

(foto di Roberto Grillo per il libro Voci da dentro di Vittorio Sconci, Marinella Pennisi e Roberto Grillo, 1997)


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