30 anni di colori nella Chiesa grigia di Santa Rita

di Paolo Rico

di Redazione | 23 Maggio 2022 @ 06:20 | RACCONTANDO
santa rita
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Vetrate policrome contro il grigio negli interni dell’edificio. Perciò, la scelta dei parrocchiani di santa Rita trentuno anni fa di neutralizzare l’esangue tonalità della struttura con una vivida invetriata alle pareti finestrate. Intervento decorativo «per farci sentire la nostra chiesa più calda, più chiesa, quasi dentro un abbraccio protettivo», spiegò il parroco, mons. Alfredo Cantalini sul periodico parrocchiale “La fontana del Villaggio”, diretto dall’ex-capo ufficio stampa dell’Emiciclo, Silvio Graziosi. E l’iniziativa rappresentò subito una sfida culturale, suscitando riserve ed agitando preoccupazioni. Il colore si sarebbe prestato piuttosto ad un’operazione scenografica? avrebbe potuto indulgere ad una trovata solo suasoria? Avrebbe distolto da preghiera e raccoglimento? Quesiti, girati inevitabilmente all’artista, un sacerdote veneto, autore di analoghi interventi fin dal 1954 in chiese del Nord.

Così, don Giuseppe Pellarìn, parroco a Teson, frazioncina di Concordia Sagittaria (Venezia), superando ogni imbarazzo, puntualizzò: «Non tutti i pittori del ‘300 si chiamavano Giotto o Duccio, ma le loro opere comunque riflettevano i caratteri dell’epoca». Musica agli orecchi dei committenti, risoltisi, perciò, ad affidare le vetrate di santa Rita alla determinata progettazione del religioso, il quale optò per il vetro martellato, «più costoso, purtroppo, e però, più duraturo e pregiato rispetto al sabbiato, meno terso e immediato nella resa grafica», come sintetizzò don Pellarin nella relazione di accompagnamento ai bozzetti, illustrata al consiglio della parrocchia di via Strinella. Nero su bianco, esposto nella bacheca in chiesa, a disposizione di chiunque nutrisse perplessità o  avesse all’epoca voluto emendare, consigliare, integrare, sostituire il programma.

E’ ancora conservato con acribia documentale, penetrata diligentemente dai chiarimenti, indirizzatimi da Nino Càulo, lo storico archivista e contabile del consiglio parrocchiale, che approvò la spesa di 10milioni di vecchie lire per la realizzazione dell’opera. ⅔ l’onorario dell’artista e il rimanente, tra manifattura artigiana  – per 2milioni⅟₂, eseguita dalla Vetreria dei f.lli Silvano, Rino e Bruno BUOSO di Sommaga, frazione del comune di Portogruaro (Venezia) –  e spese di consegna, pari ad 800mila lire: tutto come da bonifico di fine 1991 dell’allora CaRisPAq, comprensivo di £ 3.500 per spese di trattamento bancario. Davvero un esempio di trasparenza nella gestione di quella somma, massimamente frutto di colletta tra i parrocchiani ove non assorbita  – ammissione allora proprio come adesso (mala tempora currunt!) della declaratoria in bilancio nel consuntivo dell’esercizio finanziario del 1991 –  «dal particolare rilievo delle spese per utenze, quali gas per il riscaldamento dell’edificio religioso; energia elettrica; telefono; acqua ecc.». Con un’allettante chiosa dell’apprezzato contabile, Nino Càulo, in grado di specificare che: «il bilancio è comunque positivo; le cose fatte sono state diverse e si auspica di gradimento della maggioranza dei componenti della comunità dei parrocchiani», invitati sempre a fianco del lavoro del Consiglio di gestione di santa Rita e del parroco, affinché, specificò il tesoriere nella relazione amministrativa: «se si notano dei difetti nei responsabili della gestione parrocchiale, non siano condannati, ma aiutati ad eliminare ogni criticità».

Premessa, quindi, al clima accogliente riservato, appunto, alle vetrate: 55 differenti installazioni, inserite nelle feritoie orizzontali del perimetro murario  della chiesa; sul soffitto circolare sottostante la cuspide sommitale esterna (con croce luminosa) dell’edificio di culto e su altre porzioni finestrate delle pareti della sagrestia. Tra cm. 37 e cm. 125 le dimensioni delle formelle istoriate, volte ad instillare «una pace immensa nel cuore», spiegò all’epoca mons. Alfredo Cantalini, scelto anche come vicario dall’attuale arcivescovo emerito, mons. Giuseppe Molinari, il quale ultimo esordì da parroco proprio in santa Rita. Architettura, nel progetto fondativo, grigia dentro e all’interno; di «quel colore uniforme e triste, che, con il maltempo, in particolare, rendeva il clima della comunità più greve», confessava sempre don Alfredo, determinato, come avvenne oltre 30 anni addietro; deciso, anticipavo, ad illuminare  lo skyline con travertino candido ornamentale e a “risvegliare” l’interno con cromatismi a triplice tema catechetico: Gesù; Maria e il ciclo delle virtù.

Quali i soggetti biblici, che don Giuseppe Pellarìn ha “vetrinizzato” (con prosaico neologismo dèbordeano, sicuramente rifiutato  – in base ad un alternativo convincimento di fede –  dall’autore come dai parrocchiani di ieri e di oggi o dagli stessi visitatori ed ospiti fortuiti della chiesa in liturgie ed eventi musicali, culturali, umanitari o ricreativi)? Il tetragramma biografico essenziale di Nostro Signore riguarda: il Battesimo; l’Ultima Cena; la Crocifissione e la Resurrezione. 4 pure i quadri salienti connessi al culto della Madonna: dall’Annunciazione alla Natività del Bambinello, alle Nozze di Cana fino all’Assunzione. Infine, il novero delle virtù teologali (fede; speranza, carità) e di quelle cardinali (prudenza; giustizia, fortezza; temperanza), integrate dal voto spirituale dell’obbedienza. «Tutto, trattato con semplicità», documentò l’autore, aggiungendo: «tutte le rappresentazioni, sono rigorosamente in primo piano, perché risultino maestose e ben visibili».

Insomma, una pastorale prêt-à-porter; un’incisiva guida ai fondamentali del buon cristiano; una sollecitazione spirituale assieme ad una beatitudine estetica, per una comunità consapevole ed orientata; responsabile e tonificata dalla resa del disegno e dall’emozione coloristica, al di là di ogni sperimentalismo o cerebralismo interpretativo.

Talché «queste vetrate, a sera, da via Strinella, si offrono più suggestive: una casa luminosa, vissuta e colorata, in cui portare, affidandole al Signore, pene e gioie, rimpianti e speranze, ripensamenti e fede», secondo l’insegnamento pontificio ad operare da ganglio coeso della “chiesa, comunità domestica” ovvero fattore della convivialità positiva ed efficiente in intervento ed aspirazioni.


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