La famiglia, la scuola, l’università, il lavoro dovrebbero insegnarci ad avere rispetto delle regole, ma, soprattutto, a conoscere il passato. Non si può ipotizzare o costruire il futuro senza conoscere il passato. In parole povere, è come se si volesse costruire un fabbricato senza una valida e portante base d’appoggio.

Le vicende politiche dell’ultimo trentennio, purtroppo, hanno fatto emergere una nuova classe politica che, a tutti i costi, vuole ignorare il passato, la cui conoscenza, a loro dire, appare ininfluente ai fini della programmazione del nostro futuro e, in particolare, dei nostri figli.

Improvvisatori. Meglio ancora dei funamboli di un’amministrazione in bilico sulla corda, predisposta più a precipitare che a restare in equilibrio. L’esempio è sotto gli occhi tutti i giorni, in merito alla ricostruzione della città capoluogo di regione. Forse, sarebbe meglio parlare di demolizione del capoluogo, visto che non si riescono a trovare ancora soluzioni certe, sicure e affidabili.

In questo immane caos trovano l’occasione di salire in cattedra tanti personaggi, mai visti prima, lanciati nel firmamento politico dai genitori della “prima repubblica”, da un curriculum nel quale è indicato solamente il numero dei voti da imporre ai propri assistiti (vedasi medici di famiglia), oppure le stelle create dai “padrini” della politica locale. Così nasce una nuova e prevaricante classe politica, impregnata di una patriottismo esclusivo, fanatico, angusto, capace di ignorare i diritti degli altri cittadini provinciali e regionali. In poche parole, ci troviamo al cospetto di una vera e propria classe sciovinista.

Il fatto deriva da un’attenta osservazione degli spropositi e delle insane proposte che tutti hanno avuto modo di leggere in questi ultimi giorni sulla stampa locale, ma che nessuno ha voluto replicare e puntualizzare per riportare gli argomenti sul piano della verità e della correttezza.

Una giovane donna che in politica probabilmente non ha ascoltato attentamente i suggerimenti dei genitori, ha affondato i propri artigli su una preda ferita, lacerata, dilaniata da un evento terrificante, soprattutto abbandonata alla deriva da un coacervo di amministratori senza tante buone idee. Ha pensato bene di approfittare del momento debole, della scarsa reattività alle provocazioni per cercare di scippare al capoluogo di regione anche la sede ed i servizi della Protezione civile, forse per cercare di abbreviare l’agonia di una città che sta morendo.

Le ragioni della giovane signora sarebbero motivate dalla presenza sul territorio marsicano di una struttura ideata, programmata e fatta finanziare dalla Provincia dell’Aquila, quando gli amministratori, tutti viventi, pensavano allo sviluppo ed al decollo socio economico dell’intero territorio e non agli insediamenti “localistici”.

Sarebbe bene, forse, che la gentile signora si facesse spiegare bene la storia della localizzazione della struttura “autoportuale”, realizzata nella immediate adiacenze del casello autostradale di Avezzano. Nell’incertezza che possa trovare qualcuno che le sappia spiegare il tutto, mi permetto di ricordare, per sommi capi, come e perché prese corpo questa iniziativa.

La Provincia analizzò ed osservò l’intera tematica legata al trasporto delle merci su gomma, su ferro e sull’acqua. La produttività nazionale rischiava di entrare in crisi per i complicati processi di trasporto delle merci da e per i porti commerciali. Per la distribuzione sul territorio nazionale di quelle provenienti dall’estero e per l’eccessiva burocrazia che rallentava enormemente le operazioni di carico e scarico sui vagoni ferroviari e sulle banchine navali.

Prese corpo l’idea di realizzare una struttura intermodale nella parte mediana del Paese che, guarda caso, veniva a cadere proprio sul nostro territorio provinciale. Si raccolsero le prime idee e, nel frattempo, furono acquisiti tutti i dati del trasporto merci su gomma, su ferrovia e sul mare, estendendo l’indagine ai Paesi del nord est dell’Europa che usufruivano di alcuni scali commerciali navali più attivi del Mediterraneo: i porti di Napoli, Civitavecchia, Ancona e Brindisi. I servizi delle strutture portuali non avevano, però, nessuna possibilità di sviluppo, né verticale, né, tanto meno, orizzontale, perché erano stati inglobati da un elevato inurbamento delle aree circostanti.

Si pensò bene, allora, di realizzare una struttura snella, razionale, efficace, efficiente e capace non solo di semplificare il processo dei trasporti, ma, anche e soprattutto, di far conseguire al settore notevoli economie che avrebbero avuto ripercussione positiva a pioggia a favore dei destinatari finali: dei cittadini. Infatti, la struttura avrebbe sopperito magnificamente alla difficoltà di realizzazione di quelle portuali, disponendo di spazi maggiori e senza restrizioni particolari. Le merci, perciò, una volta arrivate in questa grossa area, sarebbero state classificate, catalogate, organizzate ed opportunamente sistemate per essere caricate sui Tir, sui vagoni ferroviari o indirizzate negli scali navali, già corredate dei documenti di imbarco e bancari. Pensate, per un attimo, che genere di movimento e di economia avrebbe potuto conseguire il settore dei trasporti e anche quello della produzione industriale, commerciale ed artigianale.

Strada facendo, si pensò anche a coinvolgere nell’iniziativa anche gli scali aeroportuali, anche per sollevarli da tutto il lavoro amministrativo legato al trasporto, allo sbarco ed all’imbarco delle merci. Soprattutto si pensò, pongano particolare attenzione su questo aspetto i politici locali, che l’iniziativa della Provincia avrebbe potuto dare un certo senso ed una valido contributo allo sviluppo dell’aeroporto d’Abruzzo che, come si evince dalla realtà, non è ubicato a L’Aquila.

All’epoca, il servizio dei trasporti intermodali aveva due sole classificazioni: “autoporto” legato ai soli trasporti su gomma per vie stradali; “interporto” che, oltre alle strade, godeva anche di raccordi ferroviari o fluviali, ove ne fosse stato possibile il collegamento. La Provincia andò oltre. Creò una nuova struttura, alla quale diede la definizione di “Centro Smistamento Merci”, aggiungendo alle vie di accesso, innanzi citate, anche quella aerea.

L’idea programmatica, che non fu sollecitata da nessun rappresentante politico, iniziò a percorrere un iter amministrativo che, oggi, debbo definire inconsueto per la celerità. L’Amministrazione, allora, non disponeva della tecnologia informatica odierna. Ci troviamo negli anni ottanta.

Neppure la localizzazione fu indicata da nessun consigliere provinciale. Essa fu individuata sulla scorta di approfondite analisi che individuarono nella Marsica vocazioni e potenzialità idonee ad ospitare la struttura, soprattutto per la funzionalità e la posizione baricentrica rispetto al Paese.

Dopo l’approvazione del Consiglio Provinciale, all’unanimità, fu redatto un progetto di fattibilità, sulla scorta del quale si cominciarono a cercare le eventuali fonti di finanziamento dell’opera. Fu effettuata una visita preventiva e precauzionale alla CEE, oggi UE. Era ancora Commissario Lorenzo Natali che, unitamente all’altro italiano Giolitti, misero a disposizione della Provincia tutte le strutture interessate alla successiva approvazione e cofinanziamento delle opere. Gli organi comunitari preposti definirono eccellente il progetto, meritevole di finanziamento e adottabile dalla stessa Comunità come “progetto pilota” per l’Europa del Sud.

Da qui iniziò la stesura del progetto esecutivo con una serie di piccole frizioni per gli incarichi professionali, superati con alcune difficoltà da parte della Provincia. Contestualmente, la stessa Amministrazione elaborò e presentò all’esame del CIPE il progetto amministrativo dell’opera ed il conseguente conto economico per un importo complessivo delle vecchie lire pari a cento miliardi.

Fino a questo momento la Regione Abruzzo si era limitata solamente a rilasciare i pareri di competenza, senza dare peso ed affidabilità al finanziamento del progetto. Dal primo esame della richiesta da parte del CIPE e dalla natura della richiesta della modesta documentazione integrativa, si ebbe la sensazione del possibile finanziamento delle opere.

A questo punto la “scetticità” regionale scomparve quasi d’incanto. La presidenza regionale prese in seria considerazione l’intera situazione, adoperandosi, con tutta la diplomazia politica governativa, affinché il CIPE interloquisse prioritariamente con la Regione che, fino a quel momento, non aveva prestato alcuna attenzione al progetto stesso. Iniziarono le operazioni di aggiramento e di estromissione della Provincia, non in forma diretta, ma attraverso gli stessi componenti della Giunta Regionale, di cui due erano espressione della Marsica. A questi due venne fatta balenare l’idea di collocare, nella parte opposta del casello autostradale di Avezzano, una megastruttura per la realizzazione del “Mercato ortofrutticolo regionale”, alla condizione che gli stessi avessero rinunciato alla classifica del “Centro Smistamento Merci”, accettando, di conseguenza, quella di semplice “autoporto”. Così fu. Il tutto è sancito in una specifica deliberazione della Giunta Regionale, in atti dello stesso Ente.

Alcuni Assessori regionali fecero copiare, quasi interamente, il progetto di fattibilità della Provincia aquilana ed individuarono nell’area di San Valentino – Scafa l’insediamento intermodale, “interporto”, accontentando, nel contempo, i contestatori teramani con la concessione di un “autoporto” a Roseto.

Per i tre interventi vennero utilizzati i cento miliardi di lire finanziati dal CIPE, grazie alla richiesta ed alla scheda elaborata dalla Provincia dell’Aquila e furono così ripartiti: 60 miliardi di lire all’interoporto di San Valentino Scafa, 20 miliardi di lire all’autoporto di Roseto e 20 miliardi di lire a quello di Avezzano. Come potete vedere, tornano esattamente i 100 miliardi richiesti ed ottenuti dalla Provincia aquilana. Naturalmente, poi, sono stati necessari ulteriori finanziamenti integrativi per il completamento delle opere, causato dalle lungaggini burocratiche, che hanno determinato l’aumento dei costi.

Non voglio entrare deliberatamente nel merito della gestione degli appalti, strappati alla potestà della provincia per essere affidati all’allora struttura del Nucleo industriale di Avezzano.

Gli elementi, i dati, gli atti citati sono tutti di natura pubblica e, quindi, riscontrabili, senza ombra di dubbio, in ogni momento. Se ciò non dovesse bastare, esiste anche la possibilità di consultare i responsabili della programmazione ed i redattori del progetto di fattibilità del “Centro smistamento merci”, di cui conosciamo la credibilità ed i valori della certezza degli eventi.

Quindi, cara signora, come avrà potuto capire “l’autoporto” è dotato di una destinazione precisa, inamovibile e finalizzata alla razionalizzazione di tutte le tematiche legate al trasporto delle merci. E lei vorrebbe cambiare la destinazione d’uso a questa struttura solo per mettere in atto un ulteriore “scippo” al capoluogo di regione? Potevamo avere sul territorio un gioiello che molte altre regioni ci avevano invidiato fin dalla programmazione del medesimo. Una struttura che avrebbe potuto generare centinaia di posti di lavoro, non tanto per gli impieghi diretti, ma soprattutto per l’indotto che avrebbe potuto generare. È vero che è stato declassato, ma è pur vero che è ancora in grado di creare almeno duecento posti di lavoro. Non sono certamente pochi per il nostro territorio, il cui indice di disoccupazione ha superato di molto la media nazionale.

Non intendo ripetere lo stesso discorso con qualcuno che, con eccessiva disinvoltura dovuta alla stessa scarsa conoscenza del passato, ha voluto mettere preventivamente il cappello ad un possibile insorgere di una costruttiva discussione, esordendo con la stucchevole affermazione: “Basta con i localismi”, L’Aquila e Avezzano avranno la propria sede della Protezione civile. Una gratuita affermazione, (non direi decisione perché questa è di competenza di altre istituzioni), ma, più che affermazione, un vero e proprio “scippo salomonico”, perché, dopo quanto ho riferito, vedo una sola chiave di lettura. L’autoporto se lo prende la Marsica perché ad essa compete, non perché la magnanimità e la dirittura mentale degli amministratori della provincia degli anni ottanta, in una saggia visione politica a 360 gradi, lo aveva localizzato ad Avezzano. La sede della Protezione civile qualcuno la pretende, apparentemente per dare un senso all’inerte struttura autoportuale, ma, in realtà, per togliere ulteriore ossigeno alla ricomposizione del capoluogo regionale. In tutto ciò vedo, inoltre, un ulteriore disegno, volto a dimezzare la presenza della Protezione civile all’Aquila, per poi trasferirla, con la logica e la prepotenza dei numeri, ad Avezzano.

Questa sarebbe la sana ed oculata amministrazione e la corretta gestione del territorio tanto auspicata e sventagliata ai quattro venti nel corso della campagna elettorale? Questo sarebbe l’impegno assunto a risultati conseguiti? Le pubbliche dichiarazioni di essere il presidente della Provincia di tutti, o il consigliere regionale di tutti, non sono più impegni morali, ma solamente piccole ed insignificanti appendici, o solamente optional oggetto di scambi regolati da banali compromessi politici ed elettorali?

Se le cose dovessero stare veramente così, sarà bene che tutti i cittadini, contribuenti della Provincia dell’Aquila, rivedano i propri concetti in materia di fiducia e di consensi?

Si possono affidare le sorti di una provincia e della regione nelle mani di chi non avverte neppure la sensibilità e l’umiltà di abbassare i toni di una sterile e sciocca polemica proprio nel momento in cui una comunità sta cercando di dare ordine alle idee per intraprendere il difficile cammino della ricostruzione e dell’arduo problema della ricomposizione sociale?

Cosa risponderebbero i rappresentanti politici eletti, tra l’altro, con i consensi degli aquilani, se questi ultimi, domani, svegliandosi dal lungo letargo della dignità, dovessero pretendere, proprio in virtù dei richiamati “localismi”, un “autoporto” nel territorio del cratere sismico?

Gli elettori vogliono sapere con certezza da chi sono e saranno correttamente amministrati e quali obiettivi certi e concreti intendono perseguire?

Sono diritti ai quali non ci si può sottrarre, perciò, sono certa che sarà data una trasparente e seria risposta, senza alcuna riserva mentale.

Grazie.

di Maria Cattini

[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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