di Tommaso Di Tanno, La Voce.info – Secondo la Lega i 50 miliardi di minor gettito dovuto alla flat tax si potrebbero coprire con i proventi della “pace fiscale”. Ma le cifre realmente recuperabili sono di gran lunga più basse. Basta guardare ai conti della rottamazione delle cartelle.

I conti della Lega

Da settimane di parla di flat tax e si discetta sui costi, oltreché sui benefici, che porterebbe. L’ordine di grandezza – pur nelle sue variegate versioni – perlopiù gira intorno alla cifra di 50 miliardi di euro. Se ne ipotizza la copertura, quantomeno in sede di prima applicazione, con i proventi della cosiddetta. pace fiscale. Ma in che cosa consiste e quale gettito è lecito attendersi da questa sanatoria? Si odono affettuose frasi di solidarietà verso coloro che non hanno pagato le imposte loro (giustamente o meno) richieste e si intrecciano, al tempo stesso, cifre mirabolanti circa gli effetti benefici della “pace”. Ma i dettagli, ahinoi, mancano. E senza quelli, ogni giudizio deve restare sospeso. Tuttavia, visto che le conclusioni – copertura della perdita di gettito iniziale derivante dalla flat tax – sono note, vale la pena fare qualche tentativo.

La “pace” è ipotizzata nell’Atto Camera n. 3170 del 15 giugno 2015, presentato dall’on. Massimiliano Fedriga e altri, che propone sia l’adozione della flat tax che la sua copertura “grazie al saldo e stralcio delle posizioni di una specifica fascia di contribuenti in incaglio presso la società Equitalia e l’Agenzia delle Entrate”.

La “pace” verrebbe raggiunta attraverso il versamento di un importo pari al 6 per cento di quello intero dovuto (per imposte, sanzioni, interessi e accessori, ma non per contributi Inps) qualora il debitore (i) non possegga alcun immobile nel territorio italiano; (ii) abbia indicato nell’ultima dichiarazione dei redditi un imponibile inferiore a 18 mila euro; (iii) nel predetto ultimo anno un componente del suo nucleo familiare abbia cessato l’attività lavorativa (per licenziamento se di lavoro dipendente; per chiusura se autonomo o impresa). L’aliquota sale al 10 per cento ove si possegga un solo immobile – gravato da mutuo ipotecario – adibito ad abitazione principale e il reddito (lordo) dichiarato nell’ultimo anno sia inferiore a euro 24 mila. In tutti gli altri casi l’aliquota sarebbe del 25 per cento. La proposta è riassunta nel programma della Lega che, peraltro, introduce un’ulteriore limitazione indicando in 200 mila euro il limite massimo dell’importo dovuto al Fisco cui si applicherebbe il “saldo e stralcio”.

Sotto il profilo quantitativo tanto la proposta Fedriga quanto il programma delle Lega valutano il gettito aggiuntivo in 60 miliardi. E ciò nella considerazione che i crediti vantati da Equitalia-Riscossione ammontano a 1.058 miliardi (per imposte e contributi Inps), dei quali peraltro, quelli considerati suscettibili di riscossione (dai proponenti) varrebbero circa 650 miliardi.

Previsioni più realistiche

A ben diverse conclusioni erano pervenute due analisi parallele affidate dal ministero dell’Economia e finanza all’Ocse e al Fondo monetario internazionale. Entrambe, nel 2015, partivano dalla constatazione che l’ammontare del credito iscritto nei libri di Equitalia era largamente sovrastimato (per mancate cancellazioni di somme del tutto inesigibili) e pervenivano alla constatazione che l’importo più credibile cui riferire la valutazione del potenziale incasso fosse dell’ordine di 51 miliardi. Importo al quale si è riferito più volte lo stesso direttore dell’Agenzia (sia nella veste attuale che in quella pregressa di amministratore delegato di Equitalia). Questo importo, peraltro, è stato già in qualche misura intaccato dalla “rottamazione delle cartelle esattoriali” (decreto legge 193/2016) e ha già dato luogo a incassi (per circa 4 miliardi) e previsione di ulteriori incassi (per circa 2,5 miliardi). Consegue che – considerato che gli incassi riguardano la sola imposta con abbandono di sanzioni e interessi – si può ipotizzare che il relativo “magazzino” si sia ridotto di circa 10 miliardi (quindi da 51 a 41 miliardi). Dunque, ove pure si applicasse l’aliquota massima del 25 per cento all’intera platea di debitori e questi aderissero all’unanimità alla “pace” offerta (ipotesi statisticamente inesistente) si perverrebbe a contabilizzare un introito di 10,25 miliardi pagabile, peraltro, in due anni.

A conclusioni non dissimili – anzi peggiorative – si arriva, purtroppo, ove si prendano in considerazione le valutazioni, peraltro assai approfondite, condotte in sede di varo della cosiddetta “rottamazione” (che prevede, comunque, il versamento di un importo pari all’intera imposta con rinuncia a sanzioni e interessi), tanto nella Relazione tecnica allegata alla proposta di conversione in legge del Dl 193/2016 presentata alla Camera (AC n. 4110 del 24 ottobre 2016) quanto nella successiva relazione presentata poi in Senato (AS n. 2595 del novembre 2016). Si parte, in questo caso, dalla ricostruzione di un credito potenziale di 793 miliardi (fra imposte e contributi sociali); si ipotizza un tasso di adesione medio dell’1,30 per cento e si perviene così alla cifra finale di 7,2 miliardi (fra imposte e contributi Inps): riscuotibile in due anni. Si tratta di un importo vicino, ancorché al momento financo superiore, a quello che le previsioni più aggiornate situano intorno ai 6,5 miliardi.

In conclusione, è ben possibile ipotizzare che la “rottamazione” non abbia esaurito il bacino della potenziale sanabilità di posizioni debitorie e che un provvedimento assai appetibile come la “pace” possa raschiare il fondo di un non esausto barile. Ma che la raschiatura possa portare importi anche solo lontanamente avvicinabili alla cifra di 50 miliardi, cui si aspira per coprire il buco che verrebbe a crearsi con la flat tax, appare davvero insostenibile.

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