di Paolo Della Ventura – Dunque non è stato proprio un voto vuoto, come scritto alla vigilia. In effetti lo scenario è quello tracciato, ma con due differenze. Confermando la tendenza delle ultime tornate elettorali, amministrative oltre che il vento europeo, il Paese ha virato decisamente a destra: il Pd è sceso sotto il 20% e c’è stato, nel Centrodestra, il sorpasso della Lega su Forza Italia e la netta crescita anche di FdI.
Per il resto, tutto come previsione: astensione in crescita ma non come si temeva, comunque il 27% è la più alta di sempre. Cinquestelle ampiamente il primo partito nelle due camere (e da centro Italia in giù con percentuali che aveva la Dc nei primi anni della Repubblica) e Centrodestra prima coalizione, ma entrambi senza numeri per la maggioranza da soli; Pd a pezzi, la Bonino sotto la soglia ma personalmente eletta; la sinistra quasi scomparsa. LeU non ha intercettato alcuno dei voti in uscita dal Pd, né ha recuperato astensione ed anzi è stato addirittura poco sopra la soglia di sbarramento. Potere al Popolo non è stata la sorpresa e ha, a stento, superato l’1%, molto al di sotto di Rivoluzione Civile del 2013.

Quindi? Si conferma lo stallo delle previsioni. Al momento, nei numeri, ci potrebbero stare: un governo Cinquestelle/Centrodestra, uno Cinquestelle/Centrosinistra/Leu o un Centrodestrasinistra. In realtà ognuna delle ipotesi, per motivi diversi, non appare al momento praticabile. La prima perché Salvini –il più forte nella prima coalizione- non è disposto ad abdicare al trono che si è auto attribuito di Presidente del Consiglio in pectore; le altre due perché Renzi, nel suo annuncio di “non dimissioni”, ha relegato il Pd all’opposizione (ed i suoi avversari interni, al di là degli strepiti mediatici, non hanno i numeri nel partito).
Quindi ci potrebbe stare un governo del Presidente, per varare una nuova legge elettorale e la legge di Stabilità e tornare al voto.

Serve qualcosa di nuovo, quindi. Nel centrodestra, un ricambio nella classe dirigente che al momento non esiste, tolto Berlusconi che ormai penalizza il suo partito, e che possa bilanciare le vene razziste ed intolleranti di una destra sempre più forte. Serve qualcosa di nuovo a sinistra, soprattutto, di fatto sparita ed umiliata da questa tornata elettorale. L’elettorato non si è riconosciuto nelle proposte presenti. Vuole qualcosa di veramente unitario e nuovo, nella classe dirigente e nei metodi, nella pratica oltre che nelle parole; che dia seguito e credibilità ai suoi programmi. Oppure non vota o diretta altrove il proprio voto.

E questo è chiarissimo se si guardano i flussi e le variazioni di questo voto. Il voto in uscita dal Pd e dalla sinistra è andato a Cinquestelle o, addirittura, oltre a destra per protesta, anche se sembra una blasfemia politica. Altrimenti non si spiegano questi numeri, certo non solo con l’astensione. Basta guardare il riepilogo, per macro voci, nella tabella che segue, che guarda i dati nazionale, regionale e del capoluogo.

CAMERA SENATO
ITA ABR AQ ITA ABR AQ
LeU* 0,17 -0,46 0,47 LeU* 0,29 -0,27 0,92
PaP** -1,13 -2,04 -1,33 PaP** -0,75 -1,47 -1,04
-0,96 -2,50 -0,86 -0,46 -1,74 -0,12
PD -6,72 -8,77 -12,17 pd -8,30 -10,49 -16,35
M5S 7,10 9,96 6,15 M5S 8,41 10,92 7,61
FI° -7,55 -9,40 -6,32 FI° -7,87 -8,59 -7,13
Lega 13,28 13,62 17,22 Lega 13,29 13,74 16,07
FdI 2,39 1,47 4,35 FdI 2,33 1,90 5,77
CDX 8,12 5,69 15,25 CDX 7,75 7,05 14,71

* il dato LeU (MdP+Sel/SI, non essendoci stata la componente di Possibile in regione) è confrontato con quello di Sel 2013; ** il dato PaP è confrontato con quello di Rivoluzione Civile 2013; ° Il dato di FI è confrontato con quello del PdL 2013.

Focalizzando sui risultati locali, invece, balza all’occhio il disastroso risultato del Pd che in regione scende sotto il 14% perdendo 9 e 11 punti a Camera e Senato e a L’Aquila addirittura perde 12 punti alla Camera e 16 al Senato, anche se si mantiene sopra il dato regionale. Dati e voti da dimissioni in blocco di tutto il gruppo dirigente, che invece tace. L’esperimento di LeU vede a L’Aquila un risultato di circa 1punto in più del dato nazionale, ma inferiore in regione; PaP vede la metà ed oltre dei voti di Rivoluzione civile.

Voti altissimi per Cinquestelle in regione dove sfiora il 40%, 10 punti in più alla Camera ed 11 al Senato rispetto al già elevato dato nazionale; nel capoluogo con percentuali ridotte della metà, intorno al 20%. Il Centrodestra ha dei risultati inferiori in regione, rispetto al dato nazionale, ma pur sopra il 33-34%, con un balzo nel capoluogo, dove cresce del 15%. All’interno della coalizione, FI resta davanti con il 19-20%, 5 punti sopra la media nazionale e regionale. Cresce molto anche FdI, con dati quasi doppi a L’Aquila (6-7%) rispetto alla media nazionale; d’altra parte c’è il sindaco di casa, eletto un anno fa (sempre che non ci sarà l’anatra zoppa e le concrete prospettive di un rapido ritorno alle urne anche per le comunali, sull’onda di questi risultati).

Quanto ai parlamentari, il Pd perde 4 deputati, Leu non ottiene neanche quello che aveva Sel; il centrodestra guadagna un deputato, ma con due a testa tra Fi e Lega; Cinquestelle manda 8 deputati, 5 in più. Al Senato, Cinquestelle ne guadagna 1 (3 in totale), sottraendolo al Centrodestra (3) con FI che ne perde 2 dei 4 che aveva, uno a favore della Lega. Il Pd 1 ne aveva e 1 ne mantiene.

Del Pd, passano nonostante tutto i tre capilista bloccati delle liste proporzionali: i pezzi da novanta del partito: D’Alfonso al senato ed il suo delfino D’Alessandro, oltre che Pezzopane. Nonostante lo schieramento pesante, il partito in regione registra una debacle con percentuali poco superiori a quelle che aveva la Margherita. Il segnale è arrivato fortissimo anche a loro, che però sono eletti e non si sa fin quanto gliene interessi. Certamente interesserà a Cialente, che -unico tra i big- era nell’uninominale e ne esce pesantemente sconfitto. Per il Centrodestra D’Eramo soffia lo scranno alla Pelino, nella partita territoriale, che precedeva il vicesindaco aquilano, Liris, nella lista di FI alla Senato.

Ora partirà la lunga campagna per le regionali, anche nel caso in cui D’Alfonso dovesse optare per rimanere in Regione (magari fiutando una breve durata del parlamento appena eletto). Non sarà semplice in questo scenario. Con una sinistra a pezzi, il Pd/Margherita ostaggio di Renzi, una destra litigiosa al di là delle apparenze, i Cinquestelle col vento in poppa. Qualcosa è cambiato. Ma serve qualcosa di nuovo.

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