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Biondi sindaco con il 54%, alle urne uno su due.

Pierluigi Biondi è il nuovo sindaco dell’Aquila, vincendo contro quasi tutte le previsioni il ballottaggio, finito 54 a 46 contro Americo Di Benedetto. Non era impossibile ma non era affatto semplice, visto che il primo turno si era chiuso 36 a 47. Le urne si sono chiuse contando 16.410 per il candidato di centrodestra contro 14.249 del candidato di centrosinistra, al primo turno erano stati 14.142 contro 18.576. Una vera debacle per il centrosinistra, penalizzato anche da un’altissima astensione: l’affluenza nel capoluogo si è fermata al 52%, mai così bassa. Segno, questo, che comunque la partita per il sindaco, sotto il profilo squisitamente politico, non è stata gradita dalla metà del corpo elettorale che, evidentemente, non si è sentito rappresentato da nessuno dei due.

E con questo ballottaggio si chiude una lunga era politica, a L’Aquila. Se Biondi e il centrodestra ne escono a sorpresa vincitori, ricordando che solo quattro mesi fa si contavano quattro candidati, certamente il centrosinistra ne esce a pezzi. Prima di tutto, tramonta definitivamente il ruolo di Cialente, Lolli e Pezzopane. Dopo le primarie per il candidato sindaco, che nessuno voleva, la vittoria di Di Benedetto aveva già tramortito i tre (meno la senatrice, invero, rimasta molto defilata), a danno di Pietrucci, primo sconfitto nelle primarie monstre. Il ballottaggio tramortisce però anche Di Benedetto, nonostante la sua lista si sia posta in rapporto di uno a due, nei confronti del suo partito, il pd.

Oggi, questo risultato, dà il colpo di grazia sull’intero gruppo dirigente del partito democratico aquilano, a tutti i livelli. Un grupo dirigente che  dovrebbe anche maturare le dimissioni in blocco, con un risultato del genere: non era facile perdere queste elezioni, ma ci sono riusciti. Nonostante il 48% del primo turno. Una somma di singolarità dai grandi numeri in Consiglio, resi possibili anche dalla doppia preferenza, bisogna onestamente ammettere. Brutto risultato per l’intero centrosinistra, non solo il pd, ma l’intera coalizione, che si è troppo trastullata con gli oltre 10mila voti delle primarie. Sentivano già il risultato in tasca, e invece. Nessuno si è posto neanche il problema che una settimana dopo, a L’Aquila, per il segretario nazionale hanno votato in meno di 1800. Nessuna riflessione. E infatti il segretario Renzi a L’Aquila non si è visto, nonostante i vari passaggi di politici nazionali. Così come dovunque. D’altra parte i risultati sono pesantissimi lungo tutta la Penisola per pd e centrosinistra. Cosa succederà adesso? Difficile dirlo, sarà un redde rationem, forse, visto lo sfacelo; davvero una brutta sconfitta. Volerenno stracci?

Sulla sconfitta dovrebbero riflettere anche le diverse componenti non-pd, di una sinistra che si è trovata divisa e frazionata. Magari se fossero state unite le diverse forze, ci sarebbe stato un altro tipo di risultato. Serviva coraggio, però, che non c’è stato, non da parte di tutti, sicuramente non in chi ha fatto la “scelta vincente”, che alla fine si è dimostrata perdente nei fatti. A questo punto chissà se, tramontate le figure che hanno bloccato a sinistra il quadro politico per tutti i questi lunghi anni, si riuscirà a costruire qualcosa di nuovo realmente.

Quanto al centrodestra, speriamo che la sbornia da sorprendente vittoria duri solo qualche ora. Il compito di Biondi e della sua squadra non sarà affatto semplice. Intanto, misurerà subito il polso del nuovo sindaco, la squadra stessa che formerà la nuova Giunta. Dovranno essere persone autorevoli e competenti, dimostrare di essere all’altezza di un centrodestra che ha stupito e vinto. Il sindaco dovrà saper gestire anche la composita coalizione che lo ha supportato, che comunque si è rivelata elettoralmente molto più debole dello sconfitto centrosinistra, mantenendo però una certa litigiosità, almeno sulla carta, specialmente ripensando a come la candidatura unitaria era nata.

Considerazioni a margine: i cinquestelle saranno nuovamente fuori dal consiglio, pur avendo superato la soglia del 3%; oltre le due coalizioni del ballottaggio, sono lontanissimi tutti gli altri, anche quelli “sopra soglia”. Fuori dal Consiglio tutta la giunta uscente. L’astensionismo al 48% è un dato da non sottovalutare più. La scelta del meno peggio è, evidentemente, superata: se non c’è rappresentanza, l’elettorato ormai non vota. Sarà da stimolo per tutti, come riflessione di carattere politico, ricercare concretezza e coerenza, non solo bizantinismi strategici (che peraltro si sono dimostrati perdenti), ma soprattutto idee ed argomenti concreti, contenuti programmatici. E’ la democrazia, come si dice. Della quale la politica dell’alternanza non può che far bene, se non altro nel rimuovere posizioni di potere, ormai sclerotizzate da anni in un contesto come quello della Ricostruzione che ha creato nuove dinamiche.

C’è bisogno di stimoli nuovi. Questo è quello che è uscito dal voto. Speriamo tutti ne prendano atto. (red)

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