di Maria Cattini – Un mercoledì nerissimo per il mezzo senatore/mezzo presidente abruzzese Luciano D’Alfonso. Malgrado la sua ostentata sicurezza sul successo finale della candidatura, nel pomeriggio di ieri è arrivata la notizia della secca bocciatura dell’interporto di Manoppello come Centro di eccellenza internazionale per la ricerca sulla fusione nucleare. Alla fine sarà il sito Enea di Frascati ad aggiudicarsi i 500 milioni di euro di investimenti e i 1.500 posti di lavoro in ballo. Ancora più clamorosa, però, è la motivazione della bocciatura dell’interporto di Manoppello, che sarebbe arrivata solo terza nella selezione nazionale: alla mega infrastruttura, rimasta da sempre sottoutilizzata, mancherebbe, tra l’altro, il collegamento alla banda larga per la linea dati. Stiamo parlando della stessa banda larga che, nella miriade dei fonogrammi di propaganda prodotti in questi ultimi mesi da D’Alfonso, diventava addirittura “ultra”. Alla fine né ultra, né larga, né mini: per la politica abruzzese, internet e la rete, da almeno 20 anni, rimangono un oscuro oggetto del desiderio, un santo Graal, un MacGuffin sempre utile a giustificare negli anni la spesa di centinaia di milioni di euro per assunzioni e ‘carrozzoni’ come Abruzzo Informatica, Arit, Abruzzo Engineering. Oppure per finanziare lavori per la stesura di cavi che vengono interrati e poi nessuno sa che fine fanno. Già dalla fine degli anni ’90, a L’Aquila, il sindaco Antonio Centi spese miliardi di lire per la cablatura fantasma della Telecom con il progetto Leonardo, oggi tocca a Pescara, sindaco Alessandrini, con OpenFiber, già coinvolta dalle polemiche sulla stesura dei delicatissimi cavi a fibra ottica interrati a pochi centimetri da terra, come hanno dimostrato le foto raccolte da cittadini increduli. Evidentemente i più affezionati allo sperpero di denaro pubblico con la scusa di Internet, perché per loro solo di scusa si tratta, sono stati i partiti della sinistra abruzzese. Poi succede, com’è successo ieri, che ti saltano in un colpo solo l’opportunità di riconvertire una mega struttura- costata solo nel 2014 ben 15 milioni di euro per la realizzazione di uno svincolo autostradale ad hoc-, i 500 milioni di investimenti e la creazione di 1.500 posti di lavoro, appunto perché in Abruzzo la banda ulta larga- ossia la fibra ottica alla quale continuano a cambiare il niome da 20 anni-, semplicemente ancora non c’è. Come negli stessi uffici della Regione Abruzzo, dove internet e i servizi connessi funzionano proprio come il prototipo esemplare del dipendente pubblico: poco e male. Intanto il resto del mondo va avanti e l’Abruzzo, fuori dai suoi confini, rimane sempre più schiacciato a quell’immagine di “pastori con le pecore al guinzaglio” dalla quale neanche le presunte doti taumaturgiche del mezzo senatore/mezzo presidente D’Alfonso sono riuscite ad emanciparci.

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